Workers buyout: quando i lavoratori salvano l’azienda

Quando un'azienda chiude, il dipendente può subirne passivamente il contraccolpo oppure scegliere di passare al timone. E' così che si trasforma in worker buyout

L’ultimo caso italiano è quello della Berti di Tessera (Venezia), azienda specializzata nella produzione di facciate, vetri e serramenti. Quando nel settembre del 2015 ne è stato dichiarato il fallimento, i dipendenti hanno pensato che tutto fosse finito. Ma poi si sono guardati in faccia e hanno deciso di reagire. Come? Rilevando l’azienda con i soldi delle loro indennità di mobilità. E non solo. Si chiamano workers buyout e sono coloro che smettono materialmente i panni dei semplici dipendenti per vestire quelli degli imprenditori, intenzionati a mantenere in vita l’azienda in cui hanno lavorato per anni. Il fenomeno, scoppiato in Sud America, si è diffuso in tutto il mondo raggiungendo, soprattutto negli anni segnati dalla crisi, il cuore dell’Europa e il Bel Paese dove attualmente si contano 257 casi di imprese recuperate.


workers buyout

image by Andresr

La storia della Berti è simile a quella di tante altre aziende che, per un breve periodo, hanno creduto che non ci fosse più niente da fare. Fino a quando l’intraprendenza e la dedizione dei lavoratori – che hanno ben pensato di organizzarsi in una cooperativa – non hanno avuto la meglio. Ventidue dei 46 ex dipendenti della Berti hanno così deciso di darsi da fare e hanno richiesto allo Stato le loro indennità di mobilità (per un totale di 338 mila euro) che hanno investito per rilevare l’azienda. Ma il loro sforzo non sarebbe bastato, se non fosse intervenuto il sostegno di altri soggetti. Come la Lega Coop che ha partecipato al “recupero” dell’azienda con un investimento di 200 mila euro e la Cfi (Cooperazione Finanza Impresa), società partecipata dal ministero dello Sviluppo Economico, che ha aiutato i workers buyout veneti con un contributo di 50 mila euro e un mutuo di 200 mila euro da estinguere in 10 anni. E a dare una mano, con ogni probabilità, sarà anche Veneto Sviluppo, la società finanziaria di cui Regione Veneto detiene il 51% delle azioni.

Quel che salta immediatamente agli occhi è che il modello delle imprese recuperate in Italia regge sulla cooperazione di vari soggetti. A differenza di molti casi sudamericani (e più precisamente argentini) in cui i lavoratori hanno, invece, fatto quasi tutto da soli, ingaggiando vere e proprie lotte con i loro “padroni”. Nel Bel Paese, la strada intrapresa dagli ex dipendenti che hanno scelto di diventare imprenditori è risultata, invece, più agevole. Grazie alla mediazione delle rappresentanze sindacali e cooperative e agli sforzi profusi dalle istituzioni. E grazie ad una normativa – la legge Marcora, approvata nel 1985 e modificata nel 2011 – che permette di centrare l’obiettivo con una certa facilità. La norma contempla, infatti, per le imprese recuperate, la possibilità di beneficiare di un doppio fondo (di cui uno a tasso particolarmente basso) e di godere di una serie di agevolazioni fiscali. Del fenomeno si è recentemente tornato a parlare nel corso di un convegno organizzato a Roma dal Euricse ed Alleanza delle Cooperative Italiane, dal titolo “Quando i dipendenti salvano le imprese. Storie di successo e cooperazione: i workers buyout”. Nel corso del quale, sono stati presentati i risultati di una ricerca che ha rivelato come le imprese recuperate riescano mediamente a cavarsela meglio delle altre. Tra il 2010 e il 2014, il loro tasso di mortalità si è, infatti, fermato al 3,30%, contro l’8% che ha investito, invece, le imprese guidate dai “padroni”.



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