Nuovo voucher, il governo studia il modello francese

Ecco come il governo sta valutando di sostituire il vecchio e contestato voucher con nuovi strumenti flessibili.

Negli ultimi giorni il destino del “vecchio” voucher è stato segnato dall’abbandono di uno strumento che ha generato tante discussioni e tante polemiche. Nella consapevolezza che la cancellazione del voucher non risolve il problema derivante dalla necessità di pagare a ore i propri collaboratori, il governo sta pensando a una chiave sostitutiva che possa eventualmente ricalcare il modello francese, sul cui progetto stanno convergendo sempre più idee e intuizioni. Ma come funziona il voucher francese? E potrebbe essere una buona scelta per l’Italia?

Come funziona il voucher francese

voucher Il voucher francese è utilizzato in maniera estremamente comune e prevede la registrazione a una piattaforma telematica da parte delle famiglie e di baby sitter, colf e badanti (valutato che questo strumento si rivolge infatti in misura dedicata a soddisfare le esigenze di remunerare e di assicurare le collaboratrici domestiche). Il pagamento può invece avvenire online o con dei buoni acquistabili in tabaccheria.

Il differenziale tra il modello francese e quello italiano è tuttavia legato alle tasse. In Francia, infatti, le famiglie che usano il Cesu (Chèque emploi services universal) hanno diritto a un credito d’imposta che copre la metà della spesa fino a un massimo di 6 mila euro l’anno. Si tratta pertanto di una leva motivazionale piuttosto forte, un incentivo che accresce la convenienza di ricorrere al voucher e che, pertanto, funge da leva ideale contro il lavoro nero (pagando la baby sitter in contanti e senza contributi, infatti, le famiglie finirebbero per spendere di più oltre che, naturalmente, esporsi al rischio di nocivi accertamenti).

Un modello applicabile in Italia?

Tecnicamente, non dovrebbero esserci grandi problemi nell’adottare un simile sistema anche in Italia, considerando che l’Inps potrebbe farsi carico del servizio. Tuttavia, rimane ancora aperta la questione legata alla possibilità di disporre di apposite risorse finanziarie: occorrono infatti ingenti fondi pubblici, ancora in fase di quantificazione, che coprano non solo i costi della piattaforma ma anche una parte dei contributi pagati dalle famiglie. Stando a un’elaborazione effettuata da Andrea Ciarini, dell’Università La Sapienza di Roma, sul Corriere della Sera, in Francia lo Stato spende ogni anno 7 miliardi di euro.

Per quanto infine concerne la possibilità di applicare tale strumento alle imprese, l’ispirazione sembra essere il modello tedesco “minijob”, un contratto semplificato che prevede per il lavoratore la stessa percentuale di contributi previdenziali di un normale contratto, con un limite massimo di ore o di giornate. Si tratterebbe pertanto di una sorta di “lavoro a chiamata”, da estendere a tutti, rispetto all’attuale modello.



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