Visco: Incertezza politica frena gli investimenti

Sarà anche un po’ scontato, ma la pressoché totale incertezza politica che attanaglia l’Italia da ormai quasi due mesi pesa come un macigno sulla situazione economica del Belpaese. A ricordarlo, ancora una volta, è stato Ignazio Visco, a capo della Banca d’Italia, in un recente ed importante incontro internazionale. Dopo le decine di confronti infruttuosi, l’intento dei quali era quello di far nascere un governo, anche sull’elezione del Presidente della Repubblica, dopo le prime quattro “tornate”, un accordo non è ancora stato raggiunto. Ieri, l’importante candidatura di Romano Prodi non ha riscosso il successo sperato dal Partito Democratico. Il Professore ha quindi (correttamente) ritirato il suo nome dalla lista dei possibili residenti al Quirinale. Il Pd in poche ore ha visto dimettersi sia Rosy Bindi che il segretario Pierluigi Bersani (che ufficializzerà le sue dimissioni dopo l’elezione del Presidente della Repubblica).


Tutto questo, che è comunque solo l’ultimo episodio di un lunghissimo stallo politico, certamente non attribuibile solamente al Partito Democratico (che è anche il più mediaticamente esposto, avendo tecnicamente vinto le elezioni) ha dei riflessi enormi sulle capacità e sulle possibilità d’investimento  delle imprese italiane.   “Gli investimenti – ha spiegato Visco – dipendono dalle prospettive future e le prospettive future dipendono dalla tenuta complessiva del Paese”. E, può darsi pure che il suddetto Paese tenga comunque , ma se non è chiaro l’orientamento economico (che dipende dalle decisioni del governo post-elezioni di febbraio, che ancora non c’è), è sostanzialmente impossibile per un’azienda capire dove e come allocare le proprie risorse economiche nel medio o nel lungo periodo.

Inoltre Visco ha fatto presente anche un altro problema, connesso agli investimenti (e quindi, in parte, anche al mero numero di posti di lavoro disponibili): in Italia la “domanda” è sostanzialmente troppo bassa. Poca spesa per beni e servizi, significa una produzione degli stessi di livello quantitativamente minore. Appare quindi logicamente impossibile diminuire il numero di disoccupati in una situazione in cui gli italiani spendono sempre meno. D’altra parte, il tasso di occupazione italiano, ben più importante di quello di disoccupazione (leggi il perché), a fine 2012 si attestava al 56,5%, a fronte di una media europea superiore di quasi nove percentuali (65,1%, dati Ocse). Insomma un numero di “occupati” (almeno quello rilevato ufficialmente) e quindi di persone in grado di garantire, chi più chi meno, consumi  relativamente stabili, significativamente inferiore.




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