La donna che smina i terreni… altro che lavoro da uomini!

Margarida Luis Sitoe, smina i terreni. Vive in Mozambico e lavora per conto delle Nazioni Unite, nell’ambito del Programma per lo Sviluppo e in particolare per l’opera di sminamento umanitario che dovrebbe portare il Paese a liberarsi completamente dalle mine entro la fine dell’anno. Ha ancora senso, viene da chiedersi di fronte ad un simile esempio, parlare di lavori da donne e lavori da uomini? Negli ambienti meno misogini il pretesto della differenza è giustificato in modo cavalleresco dalla maggiore forza fisica dell’uomo rispetto a quella della donna. Ma anche in questo caso ormai, piovono smentite di rilievo. In quanto donna africana si sente realizzata, percepisce un salario e prende parte alla fase decisionale del progetto. Il suo ruolo però va oltre: non si tratta infatti solo di un lavoro fisico da svolgere sotto il sole, scavando nella terra e percorrendo decine di chilometri, si tratta invece, di partire dal ruolo che la donna ricopre nella società di riferimento.


L’importanza delle donne in questo contesto ha permesso un rilevamento più preciso delle zone minate: le donne africane sono purtroppo le più esposte a questi pericoli, essendo quelle che con maggior frequenza rispetto agli uomini lavorano nei campi, vanno a prendere l’acqua o a cercare legno avventurandosi fuori dai sentieri battuti. Grazie al coinvolgimento di donne come Margarida Luis è stato possibile tracciare una vera e propria mappa del territorio minato, decidere da dove cominciare il percorso di sminamento oltre che condurre campagne di sensibilizzazione ed educazione al rischio delle mine anti-uomo. Grazie al loro contributo oggi i campi possono essere coltivati, i bambini possono giocare liberamente fuori dalle scuole e tutta la comunità è in grado di vivere in modo normale.

Un caso che dimostra come anche l’ultimo retaggio sulla differenza di genere, quello basato sulla forza fisica, non abbia più senso al giorno d’oggi. In Italia ad esempio sono già centinaia le donne elettriciste, idrauliche, falegnami, meccaniche, tappezziere e calzolaie, per non parlare delle migliaia di camioniste, seconde per numero solo alle “fabbre” (dati dell’Ufficio studi della Camera di Commercio di Monza e Brianza). E poi ci sono le   “vigilesse” del fuoco, donne nelle forze armate, manovatrici di gru e muratrici, speleologhe. Ma anche gli uomini sembrano cimentarsi sempre più in lavori per tradizione definiti femminili: ostetrici, estetisti, maestri d’asilo e baby sitter.

Ma se il lavoro fisico e manuale non rappresenta più un freno e la parità di competenze è ormai un dato di fatto (basti pensare a ingegnere meccaniche, chef, manager e dirigenti d’azienda), il pregiudizio che resta è quello più silenzioso (e insidioso) e quindi più difficile da eliminare. Un pregiudizio sessista che, come evidenziato nel progetto Donna Faber, si muove in maniera impalpabile, quasi a voler ristabilire inconsciamente un ordine violato da una società che almeno formalmente riconosce la parità di lavoro tra uomo e donna.

Differenze sulla retribuzione (il gender pay gap), maggiori difficoltà di accesso ai vertici (la donna si assenta di più per i figli o l’assistenza ai familiari e questo viene percepito quasi come “incostanza lavorativa”), mancato riconoscimento dei titoli (il capo cantiere uomo è “l’ingegnere”, la donna è “la signora” seguita dal nome di battesimo o dal cognome) fino ad arrivare a vere e proprie discriminazioni sul piano sessuale, secondo le quali se una donna fa carriera è grazie al suo corpo e non alla sua autorevolezza.

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