Trovare lavoro? Basta impegnarsi! Eh no, non proprio

Impegnarsi nel cercare lavoro non basta per trovarlo, ma una volta ottenuto un qualsiasi posto , "sbattersi" può risultare fondamentale per riuscire a tenerselo.

Avete presente quel detto che più o meno recita “Se desideri qualcosa con tutte le tue forze prima o poi lo otterrai”? Ecco, il concetto risuona molto spesso anche nel mondo del lavoro, o meglio in quello di chi un lavoro lo vorrebbe trovare e si sente dire cose come “sì beh è difficile, ma se t’impegni a fondo vedrai che ci riesci”. Il primo pensiero che viene a chi cerca lavoro dopo una frase del genere è “Eh sì,  magari!” E come dare torto al povero job seeker. Certo, l’impegno è fondamentale in ogni frangente della vita e anche  nella ricerca di un impiego è una componente irrinunciabile. Trovare lavoro cercandolo a giorni alterni, svogliatamente, con curriculum pieni di errori perché non riletti o candidandosi ad annunci per niente inerenti al proprio profilo solo perché in quel momento “gira così” è la via più facile per non trovarlo mai, un lavoro. Ma, detto questo, l’impegno, anche quello più profondo, può non bastare, nonostante aumenti di gran lunga le possibilità di successo.


trovare lavoroIl ragionamento è anche un po’ ovvio, ma è bene ricordarlo, soprattutto a chi un lavoro ce l’ha e tende a non capire a fondo il problema morale e psicologico, oltre che quello meramente economico, di chi è disoccupato. Quest’ultimo ha un ostacolo da superare che spesso appare del tutto insormontabile, quello di poter avere una possibilità. Qui il discorso si fa complesso, perché è da capire esattamente in cosa consista quest’ultima: ad esempio: il colloquio di lavoro è una possibilità? Certamente sì, verrebbe da rispondere.

In effetti lo è, ma a dirla tutta può anche non esserlo. Perché? Perché magari uno è un bravissimo lavoratore, onesto, preciso, competente, affidabile, insomma il sogno di ogni azienda piccola o grande che sia. Però, la sua capacità di sostenere un colloquio di lavoro è scarsa o addirittura minima, di conseguenza tutto quello che sa fare, o per meglio dire tutto quello che “è” come persona, prima ancora che come lavoratore, non riesce a renderlo nemmeno vagamente al selezionatore che si trova davanti, con il risultato di venire rispedito a casa con tanti saluti (ma a volte nemmeno quelli) per essere preferito a uno più bravo a colloquiare, che però, magari (non è assolutamente detto, ovviamente) è un po’ meno propenso a lavorare bene.

Una situazione questa che capita molto spesso a persone poco abituate a parlare e molto a lavorare, persone concrete insomma che pensano prima a fare quello che devono e poi a comunicarlo eventualmente a chi di dovere. Purtroppo, nella ricerca di un lavoro può rivelarsi un “buco” importante, anche perché non si può certo colpevolizzare un selezionatore se non riesce a capire quello che chi ha davanti, fondamentalmente, non gli dice. Insomma un po’ di personal branding non fa mai male. Bisogna impegnarsi anche in questo. Dicevamo però che l’impegno non basta. Ed in effetti anche chi sa comunicare perfettamente e magari è pure un ottimo lavoratore, spesso resta a casa, per il semplice fatto che non c’è abbastanza lavoro per tutti e oltre alle competenze e all’impegno un po’ va anche a fortuna, inutile negarlo.

Trovare lavoro: impegnarsi può non bastare, ma non farlo è molto peggio

trovare lavoroTorniamo però al discorso delle possibilità: per un lavoratore come quello sopra descritto, la persona concreta insomma, la migliore possibilità è proprio quella di poter lavorare, dimostrando sul campo la propria bravura. Per ottenerl, quella possibilità, l’impegno non basta, per le ragioni appena esposte. C’è un “però”,  non proprio trascurabile. Se fortunatamente si arriva ad avere un posto di lavoro anche temporaneo, allora lì sì che l’impegno diventa la prima ed a volte, anche se rare, l’unica, componente che conta. Facciamo un esempio tra i tanti possibili: si viene assunti in un’azienda con contratto a tempo determinato con “prospettive di trasformazione a tempo indeterminato” (quante volte abbiamo letto questa frase?). Si viene assunti, però, assieme ad altri, in contemporanea, per ragioni che possono andare dall’aumento di lavoro a non meglio precisate scelte aziendali.

Il posto a tempo indeterminato disponibile purtroppo è solo uno. A quel punto, contano sì le competenze, ma conta soprattutto ciò che uno mostra di voler fare, soprattutto se le dimensioni aziendali non sono gigantesche. Il lavoratore concreto di cui abbiamo parlato qualche riga sopra, con tutta probabilità la spunterà su tutti gli altri; perché abituato a non perdere tempo, a trovarsi qualcosa da fare anche quando il suo compito è finito, perché sa che proprio quel comportamento può fare la differenza tra l’avere un lavoro e il non averlo. Insomma, limitarsi a fare il minimo indispensabile in quel frangente non è certo consigliabile. Non lo è nemmeno pensare “che cavolo m’impegno a fare tanto non mi prendono”, come anche è da buttare il concetto esattamente contrario “beh mi hanno assunto vuol dire che hanno bisogno, mi terranno”.

Traendo le conclusioni: sentirsi dire “se t’impegni sicuramente un lavoro lo trovi” da parte di chi un problema di lavoro non ce l’ha fa sicuramente innervosire, perché la realtà non è certo così, però vi sono frangenti in cui “sbattersi” è la miglior cosa da fare, subito e “sempre” relativamente al periodo in cui si viene messi alla prova. L’impegno, non basta, ma non mettercelo è, lavorativamente parlando,  un comportamento suicida.




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