Tornare a lavorare: 3 domande da farsi prima di rimettersi in pista

Rimettersi in gioco richiede un ingente dispendio di energie. E tanta umiltà e grinta

La vita – si sa – è fatta di scelte. Che possono determinare cambiamenti più o meno importanti. Prendiamo il caso di un professionista affermato, un manager di successo, che ad un certo punto della sua carriera, sceglie di “ritirarsi dalla scena” per riappropriarsi dei tempi e degli spazi che il lavoro gli ha sottratto. O a quello di una donna, che sente l’esigenza di diventare mamma e decide, per questo, di lasciare il suo impiego. L’assenza dal lavoro può procurare benessere, ma non è sempre così. C’è chi realizza, col trascorrere del tempo, che rinunciare alla propria dimensione professionale equivale a rinunciare ad una parte importante di sé. E decide, per questo, di tornare a mettersi in gioco. Questo articolo è dedicato proprio a loro: a uomini e donne che, per vari motivi, hanno scelto di prendersi una pausa e sentono adesso il bisogno di tornare a lavorare. La prova che li attende è ardua, ma con l’impegno e la grinta necessari, ogni ostacolo può essere superato.


Tre domande da farsi prima di tornare a lavorare

Chi ha maturato la coraggiosa decisione di ritornare in pista, dopo anni di assenza, deve essere pronto ad affrontare una sfida particolarmente dura ed avvincente. Fatta di momenti di scoramento e di esaltazione insieme. Non sottovalutiamo la cosa e non improvvisiamo sul tema. Se abbiamo deciso di tornare a lavorare, dobbiamo avere le idee molto chiare. Ed essere in grado di rispondere a questi tre quesiti:

1. Cosa vogliamo fare?

E’ la prima domanda da porsi, quella da cui non si può prescindere. Appurato che non siamo più disposti a rimanere a casa, con le mani in mano, e che sentiamo il bisogno di rimetterci in gioco professionalmente, che cosa vogliamo concretamente fare? Il lungo periodo di assenza potrebbe averci aperto gli occhi, facendoci capire che la vecchia carriera non fa per noi. O che sono subentrate delle aspirazioni, degli interessi e delle abitudini di vita che non si sposano più con le precedenti condizioni di lavoro. Cerchiamo di fare chiarezza in noi stessi e destiniamo tutte le nostre energie alla ricerca del lavoro giusto. Ma attenzione: se scegliamo di cimentarci in qualcosa di completamente nuovo, dobbiamo mettere in conto un periodo di formazione più o meno prolungato. Siamo davvero disposti a “perdere” ulteriore tempo? O pensiamo che sia più conveniente ritornare ad operare nel nostro settore di competenza? Risolviamo il dilemma e diamoci da fare.

2. Come possiamo rimetterci in carreggiata?

Tornare a lavorare non è una passeggiata: gli anni trascorsi hanno portato cambiamenti importanti, che potremmo stentare a capire o ad interpretare. Il peggio che possiamo fare è non prenderne coscienza ed illuderci che abbiamo già tutti gli strumenti, le competenze e le conoscenze necessarie per tornare in pista alla grande. Non è così. Dobbiamo essere umili e rimetterci a studiare. Possiamo chiedere aiuto agli ex colleghi e ai professionisti del settore, che potranno aggiornarci sulle ultime metodologie di lavoro. Ma non solo: leggere riviste specializzate e documentarsi su Internet possono essere mosse vincenti. Mettiamoci in testa che ci troviamo in una condizione di svantaggio rispetto a chi, a differenza nostra, ha continuato a lavorare ininterrottamente. Il che non vuol dire che dobbiamo scoraggiarci e rinunciare all’impresa, ma prepararci ad affrontarla nel modo migliore. Serve una forza di volontà fuori dalla norma e tanta pazienza. Perché il rientro potrebbe non essere glorioso e, per tornare ad inanellare successi, potremmo dover aspettare un bel po’. Meglio saperlo.

3. Siamo veramente pronti?

Non facciamoci confondere dalle emozioni. Se stiamo attraversando un momento di difficoltà personale, che ci spinge a credere che abbiamo bisogno di un cambiamento radicale, non è detto che il progetto di tornare a lavorare sia quello più indicato. Siamo veramente pronti? Abbiamo veramente consapevolezza di quello che stiamo facendo? Abbiamo realizzato che dovremo sgobbare il doppio? Dobbiamo mettere in conto che (quasi sicuramente) ci saranno delle resistenze. Da parte dei nostri capi, ad esempio, che faticheranno a concederci piena fiducia (almeno all’inizio) perché penseranno che non siamo a passo coi tempi e che dobbiamo recuperare il terreno perso. Si tratta, in pratica, di un nuovo inizio che richiede un ingente dispendio di energie. Fisiche e mentali. Senza la grinta e l’entusiasmo degli esordienti, non potremo andare lontano. Anche perché dovremo reimpostare completamente la nostra vita, barcamenandoci tra gli impegni privati e quelli professionali. E’ vero, lo fanno tutti, ma noi non ci siamo più abituati e il momento potrebbe non essere propizio. Ovvero potremmo non essere pronti ad affrontare la sfida. Non c’è da crucciarsene o vergognarsi: chi riconosce i propri limiti fa già un egergio lavoro. E getta le basi per migliorarsi e crescere: non è poco.

L’idea di tornare a lavorare ci entusiasma? Bene, è sicuramente l’approccio giusto, ma può non bastare. Cerchiamo di non essere precipitosi e valutiamo le cose con raziocinio e calma. Valutiamo i cambiamenti che questa scelta produrrebbe nelle nostre vite e prendiamoci tutto il tempo che serve per capire se si tratta di un progetto realmente sostenibile. Non dobbiamo tornare a lavorare perché ci sentiamo frustrati e inutili, ma per sentirci realizzati, come uomini e professionisti. Se non scoviamo questa esigenza in noi – e, ca va sans dire, non abbiamo una stretta necessità economica – meglio lasciare le cose come stanno.



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