Testo Unico Apprendistato, novità e misure della “Riforma Sacconi”

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, ha approvato in maniera definitiva lo schema di decreto legge del Testo Unico sull’Apprendistato. Il testo dovrà essere vagliato, probabilmente nel mese di luglio, dalle categorie coinvolte, con tutti i prescritti pareri del caso.


L’intento di tale “riforma” è quello di semplificare e razionalizzare il complesso quadro normativo che fa riferimento all’apprendistato, seguendo, su grandi linee, il testo della Legge Biagi. Leggi regionali, nazionali e contrattazione collettiva (peraltro legittima!), scoraggiano le aziende ad assumere giovani mediante tale Istituto.

Con il nuovo testo unico, la volontà del Governo risulta ancora più chiara: considerare l’apprendistato la via maestra per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Non è detto che tale riforma riesca in questo intendo ma una cosa è certa: era necessario, comunque, un concreto funzionamento dell’istituto attraverso una nuova ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni.

Cerchiamo di comprendere e di sintetizzare, su grandi linee, le novità previste da Testo unico sull’apprendistato approvato dal consiglio dei Ministri tenendo conto, tuttavia, che tale testo potrà subire, nel corso della “contrattazione” con le categorie coinvolte, cambiamenti, anche sostanziali.

Sette articoli e venticinque commi: così si suddivide il testo di riforma dell’apprendistato che potrà rappresentare, almeno in via di principio, un cambiamento sostanziale per la formazione e l’ingresso nel mondo del lavoro di numerosi giovani.

La prima novità riguarda la configurazione del rapporto di apprendistato: il contratto si configurerà come indeterminato. Non sarà possibile, infatti, terminare il rapporto di lavoro alla scadenza naturale del contratto. Il datore di lavoro, se vorrà interrompere il rapporto di collaborazione, dovrà presentare domanda di rescissione del contratto.

Rimangono tre, anche nel nuovo testo unico, le tipologie di contratto: apprendistato per la qualifica professionale (rivolto ai giovanissimi, dai 15 anni di età; avrò durata massima di 3 anni); apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere (è rivolto ai maggiorenni, ai giovani fino a 29 anni di età che intendono completare il proprio iter formativo e/o professionale: il contratto ha durata massima di 6 anni); apprendistato di alta formazione e ricerca (rivolto ai giovani, dai 18 ai 29 anni, che intendono ampliare le proprie competenze attraverso un percorso formativo di alto livello nel settore della ricerca, del dottorato e/o del praticantato in studi professionali).

Altra novità è l’obbligatorietà di stipulare un contratto con percorso formativo individuale, in forma scritta ( dal testo unico: “forma scritta del contratto e del relativo piano formativo individuale da definire, anche sulla base di moduli e formulari stabiliti dalla contrattazione collettiva o dagli enti bilaterali, entro trenta giorni dalla stipulazione del contratto”). Nel testo di riforma dell’apprendistato, inoltre, è specificatamente fatto divieto di retribuzione a cottimo!

Nonostante le numerose polemiche e le perplessità dei sindacati, viene confermata la possibilità di inserimento dell’apprendista fino a due livelli sotto la qualifica e le mansioni effettivamente svolte (dal testo unico: “possibilità di inquadrare il lavoratore fino a due livelli inferiori rispetto alla categoria spettante, in applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro, ai lavoratori addetti a mansioni o funzioni che richiedono qualificazioni corrispondenti a quelle al conseguimento delle quali è finalizzato il contratto ovvero, in alternativa, di stabilire la retribuzione dell’apprendista in misura percentuale e in modo graduale alla anzianità di servizio”).

Sarà possibile, inoltre, finanziare i percorsi formativi degli apprendisti in aziende facendo ricorso ai fondi paritetici professionali delle Regioni.

Previsto anche l’inasprimento delle sanzioni per le aziende che non effettuano la formazione e/o che risultano inadempienti, anche per aspetti espressamente “formali”: restituzione dei contributi non versati e multa pari al 100% delle somme dovute per il primo caso; diffida da parte del Ministero del Lavoro nei confronti delle aziende inadempienti nel secondo caso.



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