Tasse: crescono per colpa della spesa pubblica

"Le tasse hanno inseguito le uscite", ha dichiarato Paolo Zabeo della Cgia di Mestre, sottolineando il nesso tra la spesa pubblica e il carico fiscale che grava sulle spalle dei contribuenti

Una cosa è innegabile: nonostante gli annunci dei governi che si sono – più o meno rocambolescamente – succeduti negli ultimi anni, gli italiani hanno continuato a pagare sempre più tasse. Stando ai calcoli fatti dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, infatti, tra il 2000 e il 2014, le tasse (altrimenti dette entrate tributarie) sono aumentate del 38,6%, così come la spesa pubblica, che ha fatto segnare un’impennata del 46,5%. Mentre il Pil (ovvero il valore che misura la ricchezza prodotta all’interno dei confini nazionali) è cresciuto in maniera più contenuta, del 30,4%.


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image by Stokkete

Cosa vuol dire? A spiegarlo bene è stato Paolo Zabeo: “Le tasse hanno inseguito le uscite, al fine di evitare che i nostri conti pubblici saltassero per aria – ha tagliato corto l’esponente della Cgia – Con il risultato che il carico fiscale sui cittadini e sulle imprese è aumentato a dismisura per coprire gli aumenti di spesa che, purtroppo, non hanno ridotto le disparità esistenti tra le persone in difficoltà e le classi sociali più abbienti”.

Insomma, a causa della spesa pubblica (che è passata dai 350.475 milioni di euro del 2000 ai 485.837 del 20014) anche la pressione fiscale è aumentata, passando dai 563.841 milioni di euro di inizio millennio agli 826.262 del 2014. Ma non si pensi che l’Italia sia un Paese particolarmente “spendaccione”. Il confronto con gli altri Stati dell’Eurozona ha, anzi, dimostrato che lo scarto tra la nostra spesa pubblica e quella dei partner considerati più oculati non è poi così marcato. Gli ultimi dati disponibili sono quelli del 2013 che certificano una spesa pubblica italiana pari al 50,8% del Pil, contro il 49,4% della media dell’area Euro.

E se dal computo si tolgono le spese pensionistiche (ovvero i soldi che lo Stato italiano spende per retribuire tutti i lavoratori a riposo) e gli interessi sull’ingombrante debito pubblico, la nostra spesa pubblica si riduce al 29,2% del Pil nazionale, contro il 33,8% rilevato nei Paesi che, come il nostro, hanno adottato la moneta unica. Come dire che “scontiamo gli effetti negativi di una spesa pensionistica che, nel passato, è stata molto generosa e di un debito pubblico che, nonostante l’austerità e il rigore di questi ultimi anni, ha comunque continuato a crescere”.



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