Tassa sulle religioni: come funziona la Kirchensteuer in Germania

In vigore in Germania la Kirchensteuer, la tassa sulle religioni. Obbligatoria, a meno che si decida di dichiararsi atei, perdendo il diritto ai sacramenti.

Ufficialmente si chiama Kirchensteuer ed è in vigore in Germania dal settembre 2012. Recentemente tornata alla ribalta delle cronache a causa della citazione in giudizio del giocatore Luca Toni, accusato di non aver pagato 1,7 milioni di euro alla chiesa tedesca, la tassa sulle religioni è qualcosa che deve essere ben conosciuto da chi pensa di trasferirsi e vivere in Germania, magari per lavoro. La Kirchensteuer funziona diversamente rispetto all’8×1000 italiano. C’è da dire infatti che all’atto della dichiarazione dei redditi, il non devolvere la percentuale prevista (molto più alta che da noi, equivale infatti a circa l’8% del reddito) ha come effetto primario il fatto che i soldi in questione non facciano altro che rimanere in tasca al cittadino. C’è un ma, grosso come una casa.


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Vivere in Germania da atei

Se si decide di non pagare, lo stato tedesco, al contrario ad esempio di quello italiano, non si prende la briga di decidere per il cittadino dove destinare una determinata percentuale di reddito, i soldi infatti rimangono allo stesso titolare del reddito, che però, anche qui contrariamente all’Italia, dovrà fare a meno di tutti i servizi religiosi previsti ad esempio dalla Chiesa Cattolica (ma la cosa è valida anche per chi è di fede Protestante od Ebrea), tra cui ovviamente anche i sacramenti. Insomma, in Germania o la Chiesa la finanzi alla luce del sole, o non puoi usufruire dei suoi servizi. Giusto? Sbagliato? Il giudizio è a dir poco arduo.

L’introduzione della Kirchensteuer

Come già accennato la tassa sulle religioni così come appena descritta è stata introdotta in Germania nel settembre 2012, grazie ad un decreto della conferenza episcopale tedesca approvato dal Vaticano. Di fatto la Chiesa tedesca chiede ai suoi fedeli e solo a loro di sostenere non solo umanamente e spiritualmente, ma anche economicamente, strutture e servizi da essa gestiti. Alla sua introduzione la polemica sulla Kirchensteuer è stata a dir poco infuocata.

Da una parte si è lodata la coerenza della nuova legge che appunto chiede ed anzi “pretende” da chi si professa “fedele” e solo da quest’ultimo un sostegno concreto, dall’altra si è posto un problema di fuoriuscita di massa dal mondo ecclesiastico. In ogni caso, di fatto al Kirchensteuer è una tassa che va versata obbligatoriamente a meno che, appunto, non ci si dichiari atei, con tutte le conseguenze annesse. La notizia, in un caso o nell’altro, va comunicata al datore di lavoro, in quanto la tassa, se si è scelto di pagarla, viene automaticamente decurtata dalla busta paga. Decidendo di non pagare la Kirchensteuer, si perde anche il diritto a lavorare in strutture gestite dalla Chiesa.

Tassa sulle religioni: il caso  Luca Toni

Il noto giocatore del Verona sul tema si è recentemente trovato sottoposto a giudizio in Germania e la sentenza d’appello di pochi giorni fa ha stabilito che il player dovrà pagare 1, 7 milioni di euro a causa della sua fede cattolica. Toni infatti, per un periodo (2007-2010), ha militato nel Bayern Monaco. Nella sua dichiarazione dei redditi però è sempre risultato ateo. Questo, ha spiegato il giocatore, non per evitare di pagare la tassa nascondendo la propria fede, che al contrario ha sempre dichiarato con orgoglio, ma per il fatto di non conoscere l’esistenza stessa di un simile balzello in Germania. Una volta giunto il sollecito di pagamento dalla Germania, Toni ha girato la responsabilità ai suoi vecchi commercialisti, riferisce il Fatto Quotidiano, che a loro volta l’avrebbero girata ai dipendenti del Bayern.



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