Tassa sui condizionatori: ecco che cosa c’è di vero

Un po' di chiarezza sulla tassa sui condizionatori: un nuovo balzello che, in realtà, non è né tanto nuovo né tanto interessante per le famiglie italiane.

Negli ultimi giorni in rete è rimbalzato il tema della tassa sui condizionatori, tanto che la presunta applicazione di oneri sulla fruizione di un sistema di refrigerazione domestico è salita ai primi posti degli argomenti più chiacchierati e condivisi. Tuttavia, il tema è stato altresì accompagnato da una lunga serie di falsità che ne hanno condizionato l’efficacia sostanziale. Ma, dunque, cosa c’è di vero sulla possibile tassa sui condizionatori?


Cerchiamo di vederci un po’ più chiaro, partendo dalle origini di questo falso allarme.

A scaturire l’equivoco ha ben pensato l’errata interpretazione di una serie di comunicati avanzati dalle principali associazioni dei consumatori, laddove si ricordava come da ottobre siano scattate delle nuove regole previste dalle direttive europee sulle emissioni di anidride carbonica, le quali prevedono una tassa sull’aria condizionata. Una tassa che – tra voci dirette (cioè quelle che la famiglia dovrebbe realmente pagare) e indirette (il sovrapprezzo degli esercizi commerciali che andrebbe poi “spalmato” sui consumatori) si aggirerebbe intorno ai 200 euro. I costi sono infatti determinati dalla stima del possesso di un libretto di impianto, e all’introduzione dei controlli sui condizionatori ogni quattro anni. Per chi non è in regola, multe che oscillano tra i 500 e i 3.000 euro.

Fin qui, il “procurato” allarme. Che, fortunatamente, si è poi scontrato con una serie di pronti chiarimenti da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, il quale ricorda anzitutto come il tema non sia affatto attuale, e come sia stato trattato in maniera ambigua.

Rappresentanti del Ministero hanno infatti segnalato come le norme siano state da tempo introdotte al fine di adeguare l’Italia alle normative europee sul miglioramento dell’efficienza energetica e nel condizionamento per tutelare l’ecosistema e favorire il risparmio economico e la competitività. La normativa, relativa a una direttiva di più di 10 anni fa, è stata introdotta solo più recentemente all’interno del territorio italiano e, contrariamente a quanto è stato pensato nel corso degli ultimi giorni con un tam tam dalle ingiustificate preoccupazioni, non riguarda i condizionatori familiari, ma solamente i sistemi di climatizzazione che hanno una potenza nominale minima di 12 kW (l’equivalente di circa 43.000 BTU). In altri termini, condizionatori che sono ben lontani da quelli riscontrabili nelle nostre abitazioni (la cui potenza è generalmente di 2 – 2,5 kW), bensì per raffreddare unità abitative molto grandi, e con sistemi strutturati da almeno 5 unità di raffreddamento.

“Quanto a impianti di maggior potenza installati presso gli esercizi commerciali, occorre evidenziare che a fronte della spesa per la corretta manutenzione, vi sono importanti vantaggi. Infatti, oltre a garantire la sicurezza, la riduzione dei consumi per il miglioramento dell’efficienza comporta una riduzione della spesa per la bolletta energetica” – segnala il Ministero in un suo comunicato – “Per quanto riguarda gli incentivi, si segnala che sono a disposizione dei cittadini e delle imprese diversi strumenti di agevolazione. Il cosiddetto Ecobonus garantisce la detrazione fiscale del 65% delle spese sostenute per la sostituzione di condizionatori con impianti più efficienti. Inoltre, le detrazioni fiscali per la ristrutturazione edilizia consentono di detrarre il 50% della spesa per l’acquisto di nuovi impianti. Un ulteriore strumento particolarmente adatto alle imprese che intendono sostituire gli impianti di condizionamento con altri più efficienti è il cosiddetto “Conto termico” che mette a disposizione incentivi per gli impianti a fonti rinnovabili”.

Insomma, probabilmente tanto rumore per nulla. Eppure, in tempi di crisi, anche una minima scintilla di aleatorietà corre il rischio di generare un vasto fuoco di polemiche.



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