Tari: salasso continuo, costi su del 55% in 5 anni

Secondo Confcommercio, l'importo della Tari è cresciuto a dismisura in alcune zone della Penisola. E a pagare il conto più caro sono state determinate categorie

I dati consegnati dall’ultima rilevazione di Confcommercio certificano l’aumento incontenibile del costo della Tari, la nuova tassa sui rifiuti istituita dalla legge di Stabilità del 2014. Negli ultimi 5 anni (dal 2010 al 2015), gli italiani avrebbero, infatti, speso il 55% in più corrispondente a 3 miliardi di euro. E a impressionare ancora di più sono le stime che fotografano i divari profondissimi sia a livello territoriale che di categoria. Tanto che in determinati casi si può parlare di un vero e proprio salasso. E non finisce qui perché l’analisi di Confcommercio ha messo in evidenza una tendenza allo spreco ampiamente diffusa: nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, i Comuni spenderebbero per il servizio molto più di quanto sia realmente necessario. Con un tasso di inefficienza media stimato al 14%.


Ma andiamo ai casi concreti. Negli ultimi 5 anni, i proprietari di attività di ortofrutta, di pizzerie al taglio, di pescherie e di negozi di fiori hanno dovuto pagare il 650% in più per la Tari. Non è andata molto meglio ai ristoranti, alle osterie e alle pizzerie per i quali la Tari è aumentata del 480%. E se il costo della tassa sui rifiuti è salito, per i supermercati, le macellerie e i negozi di generi alimentari, “solo” del 190%; nell’ultimo lustro, bar, caffè e pasticcerie hanno invece dovuto sborsare il 320% in più. 

Basterebbe questo a impressionare chiunque ma c’è di più. Secondo la Confcommercio, infatti, il gap più marcato è quello rilevato a livello territoriale. Tornando agli esempi concreti: nei soliti ultimi 5 anni, l’importo della Tari pagato da un titolare di un albergo di mille metri quadri è cambiato notevolmente, a seconda della collocazione geografica. Andando da un minimo di 1.200 euro annui a un massimo di 13 mila euro annui (con un gap del 983%). Ancora: il costo della Tari sostenuto per un ristorante di 180 metri è andato da un minimo di 500 euro a un massimo di oltre 10 mila euro (gap del quasi 1.900%), mentre il proprietario di un negozio di calzature di 50 metri ha avuto la fortuna di pagare 90 euro di Tari in alcune parti d’Italia e la sventura di doverne sborsare 700 in altre (con un gap del 677%).

Non basta: basandosi sui dati forniti da Opencivitas, la Confcommercio ha anche denunciato un diffuso spreco delle amministrazioni comunali alla voce rifiuti. Il tasso di inefficienza medio (calcolato sulla differenza tra la spesa storica e il fabbisogno standard) si è attestato al 14%. Cosa vuol dire concretamente? Che le amministrazioni italiane hanno letteralmente “buttato” 1,3 miliardi di euro che, se risparmiati, avrebbero permesso di contenere il costo della tassa. E anche in questo caso, le differenze non sono mancate: a distinguersi in positivo è stato il comune di Fermo che ha fatto registrare un tasso di inefficienza pari a -52,08%, con una spesa media per abitante di 86 euro; mentre a meritarsi la “maglia nera” è stata l’amministrazione di Brindisi con un tasso di inefficienza del 97,54% e una spesa media per abitante di 308 euro.




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