Tacchi alti al lavoro: due storie che fanno riflettere

Il dress code imposto dal datore di lavoro può causare seri problemi: lo sanno bene una recepionist di Londra e una cameriera di Edmonton

Ad accomunare Nicola Thorp e Nicola Gavins non è solo il nome di battesimo, ma il difficile rapporto coi loro piedi. Sembrerebbe una faccenda da podologi (e in parte lo è), ma le loro storie scomodano, in realtà, considerazioni più ampie, che riguardano il dress code (codice d’abbigliamento) imposto in alcuni ambienti di lavoro. Alle due giovani donne – la prima originaria del Regno Unito, l’altra del Canada – è stato chiesto di indossare i tacchi alti al lavoro, ma mentre la Thorp si è rifiutata di farlo (ed è stata, per questo, sospesa), la Gavins ha dovuto stringere i denti. Il resto lo hanno fatto i social media.


Partiamo con la storia di Nicola Thorp assunta, qualche tempo fa, come receptionist presso una sede londinese della PwC, una delle maggiori aziende di revisione e consulenza fiscale del mondo. Arrivata in ufficio con un paio di scarpe basse, alla ventisettenne (che doveva occuparsi dell’accoglienza dei clienti accompagnandoli nelle varie sale riunioni) è stato chiesto di indossare un paio di scarpe col tacco. E quando la Thorp si è rifiutata di farlo (affermando che non sarebbe stata in grado di svolgere la sua mansione sui tacchi alti) e ha polemicamente chiesto se la stessa richiesta venisse fatta anche agli uomini, la Portico (la società incaricata dalla PwC di occuparsi dell’assunzione del personale) ha scelto di sospenderla senza paga. La giovane britannica ha allora deciso di rendere pubblica la sua storia e ha avviato una petizione online per chiedere la modifica della legislazione in materia. Che di fatto contempla la possibilità di imporre un codice di abbigliamento diverso agli uomini e alle donne che lavorano nella stessa azienda. E autorizza il datore di lavoro a predisporre l’allontanamento del dipendente che si rifiuta di rispettarlo.

“Il vero problema è una questione di sessismo ha denunciato Nicola Thorp – Le aziende non dovrebbero essere così rigide nei confronti del personale femminile. Questa situazione è debilitante. I codici di abbigliamento dovrebbero riflettere la società attuale, le donne possono essere intelligenti ed efficaci nel lavoro anche indossando eleganti scarpe basse”. La sua petizione online ha già raccolto 22 mila adesioni, ma l’obiettivo (più che ambizioso) è quello di arrivare a 100 mila, in modo che la questione possa approdare in Parlamento.

Diversa la storia di Nicola Gavins, cameriera canadese impiegata in uno dei locali della catena Joey Restaurants di Edmonton. L’obbligo di indossare tacchi alti al lavoro ha causato seri problemi alla giovane che, alla fine di un turno, ha postato una foto che ritraeva i suoi piedi sanguinanti. L’immagine ha fatto il giro del mondo dando il là a un vero e proprio fenomeno virale. La giovane di Alberta avrebbe chiesto al suo capo il permesso di indossare un paio di scarpe più comode, ma avrebbe ricevuto in risposta un rimprovero. Da qui la “vendetta”, che la Gavins ha affidato all’immagine postata su facebook. Con tanto di commento al vetriolo: “Il personale femminile è tenuto ad acquistare una divisa che costa 30 dollari mentre quello maschile può vestirsi di nero con abiti del proprio armadio – ha scritto – Requisiti sessisti ed arcaici e una politica disgustosa“. 




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