Cassazione: confermato il risarcimento del danno per straining

Che cosa è lo straining, quali sono le sue caratteristiche e perché la Corte di Cassazione ha confermato il suo orientamento sulla risarcibilità del danno non patrimoniale.

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza 7844/2018, ha ribadito il proprio orientamento in  relazione al risarcimento del danno da straining, una forma più lieve del mobbing, della quale abbiamo già avuto modo di occuparci più volte nel corso degli ultimi mesi, al fine di comprendere in che modo si possa lecitamente ottenere un risarcimento per i pregiudizi subiti dal lavoratore che ha subito dei comportamenti vessatori da parte di un proprio superiore, ma che – contrariamente a quanto avviene con il mobbing – non hanno il carattere della continuità del tempo.


straining

Che cosa è lo straining

Da quanto sopra dovrebbe essere relativamente chiaro il fatto che lo straining è una forma “light” del mobbing ma che, non per questo, non debba essere considerata in misura seria e rigorosa (e il supporto interpretativo offerto dalla Cassazione è in questo di grande aiuto). Lo straining è infatti rappresentato da una serie di comportamenti vessatori ai danni del lavoratore, che tuttavia non sono contraddistinti da un carattere di continuità nel tempo. Per poter configurare tale ipotesi di reato e, dunque, affinchè possa ritenersi sussistente il danno risarcibile, è infatti sufficiente che vi siano comportamenti vessatori lesivi della dignità della persona, anche se non sono supportati da un atteggiamento continuo.

Cassazione: il risarcimento per straining

Introdotto quanto sopra, risulta essere di utilità comprendere come la Corte di Cassazione abbia ulteriormente riconosciuto il risarcimento di danno da straining con la sentenza in esame, che arriva al termine di una lunga controversia che ha visto come protagonista un impiegato di banca, che per anni ha svolto la propria attività di dipendente in un contesto che era divenuto sfavorevole e contraddistinto da comportamenti vessatori tali da indurre nello stesso una condizione di stress.

Nella fattispecie in esame della Cassazione, è stato dunque provato che il lavoratore, proprio in seguito a tali comportamenti vessatori NON continui nel tempo, aveva finito con il soffrire di ansia e stress che, per i giudici della Suprema Corte, non possono che essere risarciti anche se le condotte vessatorie non hanno il carattere della continuità nel tempo.

A rilevare, sostengono i giudici della Corte, non è infatti l’elemento della continuità degli atteggiamenti vessatori (cosa che invece avrebbe dovuto assumere rilievo nell’ipotesi di mobbing), bensì – più semplicemente – il fatto che il lavoratore abbia subito una lesione del proprio diritto di poter svolgere in maniera normale e serena la propria attività lavorativa. Quanto basta, concludono nelle loro motivazioni gli Ermellini, per poter aprire le porte al riconoscimento della risarcibilità del danno non patrimoniale.

L’ultima sentenza della Cassazione in materia di straining va dunque a integrarsi in un orientamento sempre più prevalente e quasi omogeneo, che richiama una coerente interpretazione dell’art. 2087 c.c., secondo cui il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire e di tutelare l’integrità psicofisica del dipendente, utilizzando tutti i mezzi a propria disposizione in materiale tale che non si verifichino delle situazioni che possano favorire la violazione della sua integrità.

Una pronuncia pertanto congrua con quanto già noto, che andrà a rafforzare ancora una volta le misure di tutela in favore del lavoratore.



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