Stipendio alle casalinghe? Le ragioni del no

In tempo di crisi e di emergenze serie discutere dell’opportunità di dare uno stipendio alle casalinghe è un argomento che scatena non poche polemiche. Diverse le ragioni ma il punto cruciale è: quello delle casalinghe è un lavoro? E, pertanto, va retribuito? Per chi si occupa da tempo di donna e lavoro, di imprenditoria femminile, per chi crede nell’importanza della formazione e della produttività che è alla base della crescita, per chi è contro il livellamento che annulla gli stimoli e a favore dell’impegno e del rispetto dell’individuo, la risposta è no. Quello di casalinga è un ruolo, come quello di mamma, moglie, nonna. E non si può percepire uno stipendio per esserlo (e non per farlo).


Un passo indietro è d’obbligo, soprattutto alla luce di alcune sentenze della Cassazione che equiparano la casalinga ad una lavoratrice a tutti gli effetti e come le altre. Ogni donna sa bene che svolgere quotidianamente il ruolo di casalinga è faticoso come un lavoro, considerando i molteplici compiti che implica. Donna delle pulizie, cuoca, addetta lavanderia, psicologa, autista, contabile, baby sitter. Faticoso e impegnativo. Ma l’idea di farsi retribuire per questo non è sottoscrivibile. Nessuno discute dell’utilità sociale di un figlio pulito ed educato e una casa decorosa ed ordinata. O che l’impegno delle casalinghe contribuisca a far risparmiare lo Stato su servizi pubblici e strutture. Ma risparmiare non significa produrre reddito e avere uno stipendio per questo è senza fondamento, se non dequalificante e riduttivo.

Una decisione di questo genere deve essere in grado di guardare all’interesse generale e a tutelare una categoria in particolare. Questo implicherebbe uno stipendio per tutte le casalinghe, vale a dire anche nubili senza figli che vivono da sole? E allora le donne che lavorano con coniuge a carico (non sono più i tempi di una volta) e magari due figli da crescere, dovrebbero ottenerlo anche loro di diritto o spetterebbe al marito lo stipendio da casalingo? L’interesse generale deve guardare all’indipendenza, al benessere e alla realizzazione delle donne. Prevedere uno stipendio significherebbe innanzitutto relegarle nel ruolo di addette alle faccende domestiche (e di educatrici dei figli, deresponsabilizzando ancor di più i padri). Il che purtroppo giocherebbe da forte deterrente nell’intraprendere ad esempio gli studi universitari, sviluppare il potenziale, scoprire il proprio talento e metterlo a frutto e a disposizione degli altri. E non c’è nulla di emancipante in questo. Come sottolinea l’avvocatessa Giulia Bongiorno molte donne si vergognano di dire che sono “semplicemente” casalinghe. Ma non è con uno stipendio da parte dello Stato che se ne migliora l’autostima bensì aiutandole a realizzare il loro sogno nel cassetto. Ed ogni donna casalinga ce l’ha.

Negli ultimi giorni si è tornati a discutere dell’argomento in seguito alla proposta della stessa Bongiorno e di Michelle Hunziker, fondatrici dell’Associazione Doppia Difesa, contro la violenza sulle donne. Il proposito è encomiabile perché mira ad assicurare un’indipendenza economica alle donne maltrattate da mariti violenti, permettendo loro di lasciarli. Ma la soluzione non è condivisibile. L’autonomia della donna non passa attraverso un sussidio economico ma si realizza solo aiutandola a trovare un lavoro, vale a dire a prendere coscienza delle proprie potenzialità, ricevere gratificazioni, aspirare a migliorarsi sempre. E soprattutto a sviluppare i rapporti sociali e ad aprire una finestra di confronto con il mondo. E non a isolarla all’interno delle mura domestiche.



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