Stipendi dei docenti: ecco come “stanno” i prof italiani

Come molte altre professioni, anche quella dei docenti è inquadrata all’interno di un percorso di crescita graduale che, nel corso degli anni, riconosce una serie di incrementi salariali legati all’anzianità di servizio, alle responsabilità supplementari acquisite e alla straordinarietà del proprio impegno temporale. Ma quale è la situazione degli stipendi dei docenti italiani rispetto a quella dei colleghi europei?


Partiamo dalle brutte notizie. Secondo quanto riferisce l’ultimo rapporto di Eurydice, della School Heads’ Salaries and Allowances in Europe, l’Italia è uno dei Paesi maggiormente contraddistinti da rigidità della progressione retributiva. In altri termini, il docente deve attendere molti anni prima di giungere in cima alla scala retributiva e, quando ci riesce, spesso percepisce uno stipendio che è comunque scarsamente appetibile se paragonato a quanto avviene in buona parte del resto del vecchio Continente.

Più in particolare, il sistema Eurydice ha segnalato come in Italia un docente di scuola media prenda 24.846 euro a inizio carriera e 37.212 euro a fine carriera (importo comprensivo di premi, aumenti, assegni, tredicesima, ferie). Per avere un’idea di quanto avviene altrove, basti considerare che in Finlandia un docente percepisce 34.235 euro a inizio carriera (cioè, poco meno di quanto percepisce un docente italiano con la massima anzianità di servizio e di carriera), e ben 44.526 euro a fine carriera. Ancora meglio in Germania, dove un docente percepisce 44.823 euro a inizio carriera e 59.451 euro a fine carriera, mentre in Lussemburgo lo stipendio di partenza è pari a 77.897 euro, e quello di fine carriera è di 135.408 euro.

Sancito quanto sopra, il dossier pone l’attenzione sulla “lentezza” degli scatti italiani. In molti Paesi, ad esempio, gli scatti sono annuali: una regola che non è applicata in Italia, dove gli scatti – prima del blocco – vengono effettuati ogni 7 anni, portando quindi l’evoluzione della remunerazione del docente a durare, in tutto, 34 anni: sempre meglio dei 38 – 40 anni di Ungheria, Romania e Spagna, ma incredibilmente peggio dei 12 anni di Danimarca, Regno Unito ed Estonia.




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