Cassazione: somministrazione convertita in indeterminato

La Suprema Corte si esprime sulle ipotesi di somministrazione convertita in contratto a tempo indeterminato.

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La Corte di Cassazione, attraverso la sentenza n. 18861 dell’8 settembre 2014, ha dichiarato come le sanzioni che sono previste nell’ipotesi di conversione di un contratto a tempo determinato in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato possono essere applicate non solamente al contratto di lavoro a termine, quanto anche alla fattispecie del contratto di somministrazione di lavoro nella modalità a tempo determinato. Vediamo più nel dettaglio quali sono le previsioni contenute nella pronuncia.


Come riportava Il Sole 24 Ore in un suo recente focus sul tema, l’art. 32, comma 5, della l. 183/2010 (il c.d. “Collegato Lavoro”), prevede che nell’ipotesi in cui il giudice riconosca la conversione del contratto a tempo determinato in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, il datore di lavoro può essere condannato a versare un indennizzo risarcitorio al lavoratore nella misura compresa tra 2,5 e 12 volte l’entità dell’ultima mensilità.

I giudici della Suprema Corte hanno così riflettuto sulla possibilità che la formazione utilizzata dal Collegato Lavoro, e riferita ai casi di “conversione del contratto a tempo determinato” ricomprendesse solo il contratto subordinato a termine, o se invece potesse intendersi anche ai contratti di somministrazione di lavoro nella modalità a tempo determinato. Ebbene, ripercorrendo un orientamento recente, supportato dalla giurisprudenza di legittimità, la Suprema Corte ha fornito una risposta positiva, ribadendo come la nozione utilizzata all’interno del Collegato Lavoro non sia limitata unicamente al contratto a termine classico, quanto ricomprende altresì le altre forme contrattuali che si concretano in una prestazione di lavoro a titolo temporaneo.

A supportare tale valutazione è il fatto che il legislatore, nel tenore letterale dell’art. 32, richiama l’istituto del contratto a tempo determinato “in generale”, senza fare alcuno specifico riferimento a una o più regolamentazioni di tale contratto. Oltre a quanto precede, la Corte di Cassazione fa riferimento alla sentenza della Corte di Giustizia 11 aprile 2013, la quale – ricorda ancora il quotidiano economico finanziario – “aveva escluso che la direttiva 199/70/Ce relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato si applicasse al contratto a termine stipulato nell’ambito di un contratto interinale, in quanto il suddetto accordo quadro, secondo il ragionamento coltivato dalla Corte di Giustizia, si applica espressamente ai lavoratori a tempo determinato, ma ad eccezione dei i lavoratori messi a disposizione di un’impresa utilizzatrice da parte di un’agenzia di lavoro interinale”. Pertanto, facendo riferimento a tale pronuncia, la Corte di Cassazione rileva come anche per l’accordo quadro, “il contratto a termine che si accompagna ad un contratto di lavoro interinale rientra nella categoria del contratto a tempo determinato, ciò che concorre ad evidenziare come nella nozione generale di contratto a tempo determinato rientri anche la fattispecie contrattuale della somministrazione nella modalità a termine”.




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