Smart working e lavoro femminile: è un problema di quantità

Smart working: le donne che possono sfruttarlo sono ancora troppo poche. Una diffusione troppo bassa limita fortemente la potenza di uno strumento davvero ottimo.

Ma davvero lo smart working serve a migliorare le condizioni lavorative delle donne? Sì, verrebbe da rispondere, secco. Ma è innegabile che qualche problemino comunque ci sia. Abbiamo spesso parlato del work life balance, ovvero il bilanciamento tra lavoro e vita privata che per una donna è solitamente una questione quotidiana molto più penetrante rispetto a quanto un uomo è chiamato ad affrontare. Lo smart working è nato anche per risolvere questo problema (tra gli altri, come ad esempio il tempo perso per gli sposatamenti casa-lavoro e le spese da affrontare, il livello di stress, gli orari da rispettare  etc…), ma da solo, sostiene qualcuno, come ad esempio il sito economiaitaliana, non può farcela, risultando perlopiù un palliativo, utile, ma non risolutivo. E proprio così?


Si e no. Lo smart working ovvero il lavoro agile, ovvero ancora il lavorare da casa o da un luogo di proprio “gusto”, potrebbe probabilmente da solo eliminare o ridurre ai minimi termini i lati negativi relativi alla questione work life balance, ed insieme anche molte altre, da essa derivanti, ma per riuscirci dovrebbe essere globalmente diffuso. In Italia non è certo così. Secondo il sito osservatori.net, del Politecnico di Milano, il 17% delle grandi aziende nel 2015 aveva in atto un progetto di smart working. ma come è  noto il tessuto produttivo (e quindi lavorativo) italiano è costituito in larghissima maggioranza da Pmi (Piccole medie imprese). Di queste ultime, senza entrare troppo nei dati specifici, solo il 5% ha avviato un progetto di smart working,  e una su due si è dichiarata non a conoscenza della questione, o disinteressata.

Smart working: ancora troppo poco diffuso

La diffusione dello smart working non è sicuramente un problema secondario rispetto allo strumento in se stesso. Se tutte le donne lavoratrici con mansioni adatte all’utilizzo dello strumento del cosiddetto lavoro agile, avessero la possibilità di sfruttare concretamente quest’ultimo, è plausibile pensare che l’intera occupazione femminile ne risentirebbe positivamente in tutti i sensi. Ma con una penetrazione così quantitativamente bassa rispetto alla totalità del tessuto produttivo è decisamente difficile che lo smart working da solo possa favorire l’aumento della percentuale di occupate e migliorare le condizioni di vita delle donne che già lavorano.

Di conseguenza la strada da percorrere (cosa che già si sta facendo, anche se forse un po’ a rilento) è primariamente quella di aumentare costantemente la diffusione dello smart working negli ambienti lavorativi. Cosa che certo non è immediata, ma sulla quale si deve insistere fortemente. Le difficoltà, anche tecniche, in questo senso non mancano, ma non le si può e non le si deve prendere come “scusanti” per non procedere, per non avanzare su un sentiero impervio ma necessario da percorrere se si vuole davvero, anche in Italia,  raggiungere l’obiettivo che ci si è prefissi a Lisbona (occupazione femminile al 60%).




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