Smart working: è realtà nel 36% delle grandi imprese italiane

Il lavoro agile è regolato da una legge che non contempla specifici vincoli di orario o di luogo di lavoro. Vediamo, nel dettaglio, chi lo sostiene con più forza

La quota di dirigenti che prestano più attenzione al “come” che al “dove” e al “quando” continua a crescere anche in Italia. Dove parlare di smart working – ovvero della possibilità di lavorare da remoto, secondo modalità flessibili – non è più percepita come un’eresia. Soprattutto nelle aziende di grandi dimensioni che, stando a quanto certificato dall’Osservatorio del Politecnico di Milano, guardano con montante interesse alle prestazioni dei cosiddetti “smart worker”, che stazionano di meno in azienda e risultano, alla prova dei fatti, più soddisfatti dei loro colleghi. A tradire un entusiasmo più contenuto sono, invece, le piccole e medie imprese e la Pubblica amministrazione dove il “lavoro agile” non ha ancora preso molto piede. Perché? Scopriamolo con l’aiuto dell’infografica realizzata dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano.


Cos’è lo smart working

Prima di partire coi dati che documentano il crescente successo dello smart working in alcune realtà imprenditoriali del Bel Paese, cerchiamo di chiarire alcuni punti fondamentali. Lo smart working è una modalità di lavoro flessibile che consente al dipendente di lavorare, per un periodo di tempo concordato col suo capo, da una postazione diversa dall’ufficio. L’idea è quella di andare incontro alle specifiche esigenze di alcuni lavoratori (si pensi alle mamme che faticano a coniugare gli impegni familiari con quelli professionali), senza rinunciare alla qualità della prestazione che deve comunque essere garantita. Lo smart working o lavoro agile è stato regolato, in Italia, con una legge (la n. 81 della Gazzetta Ufficiale)  approvata lo scorso maggio dal Senato. In un passaggio del testo legislativo, il lavoro agile viene definito una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”.  Il che non vuol dire che il lavoratore agile può fare di testa sua – perché deve garantire il conseguimento di obiettivi ben definiti – ma che può muoversi con maggiore autonomia e flessibilità. Nel rispetto di alcune condizioni che vengono stabilite dai contratti collettivi.

L’infografica dell’Osservatorio del Politecnico di Milano

Chiarito dunque cosa si intende per smart working, cerchiamo di capire quanto le imprese italiane si mostrano interessate a questa specifica modalità di lavoro. L’infografica dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha tracciato un quadro aggiornato che vi proponiamo, seguito da un nostro commento riepilogativo.

Partiamo dal dato numerico: gli smart worker, in Italia, sono 305 mila, pari all’8% del campione sondato a livello nazionale e che comprende impiegati, quadri e dirigenti. Si tratta di una percentuale in aumento sia rispetto al 2016 (5%) che rispetto al 2013 (3%).

Lo smart working nelle grandi aziende

Le imprese più grandi sono quelle che mostrano maggiore propensione a promuovere il lavoro agile. Nello specifico:

  • il 36% ha già iniziative strutturate (in queste aziende, lo smart working è già una realtà)
  • il 35% parla di possibile introduzione
  • il 9% prevede di avviare iniziative di smart working nei prossimi 12 mesi
  • il 7% si dice disinteressato
  • il 6% non ha iniziative in corso e non sa cosa farà nel futuro

Lo smart working nelle piccole e medie imprese

Le aziende di piccole e medie dimensioni mostrano una modesta propensione a promuovere il lavoro agile. Nello specifico:

  • il 7% ha già iniziative strutturate
  • il 12% parla di possibile introduzione
  • il 3% prevede di avviare iniziative di smart working nei prossimi 12 mesi
  • il 40% si dice disinteressato
  • il 16% non ha iniziative in corso e non sa cosa farà nel futuro

Ad ostacolare il successo dello smart working in queste imprese è:

  • nel 56% dei casi, la scarsa applicabilità della “formula” alla realtà aziendale
  • nell’11% dei casi, la mancanza di interesse da parte del management
  • nel 7% dei casi, la scarsa presenza di attività digitalizzate
  • nel 7% dei casi, la difficoltà ad introdurre il lavoro agile
  • nel 6% dei casi, il timore di dover fronteggiare costi troppo alti

Lo smart working nella Pubblica amministrazione

La Pubblica amministrazione italiana mostra una scarsa propensione a promuovere il lavoro agile. Nello specifico:

  • il 5% ha già iniziative strutturate
  • il 48% parla di possibile introduzione
  • l’8% prevede di avviare iniziative di smart working nei prossimi 12 mesi
  • il 12% si dice disinteressato
  • il 20% non ha iniziative in corso e non sa cosa farà nel futuro

Il confronto tra gli smart worker e gli altri lavoratori

E chiudiamo con il profilo dello smart worker tipo tracciato nell’infografica. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, i lavoratori agili trascorrono il 67% del tempo lavorativo in azienda (contro l’85% degli altri) e il 18% a casa o in altri luoghi. Il 50% di loro si dice pienamente soddisfatto delle modalità di organizzazione del proprio lavoro (contro il 22% degli altri) e solo l’1% si lamenta (contro il 17% dei colleghi che lavorano esclusivamente in ufficio). Ancora: il 34% degli smart worker ha buoni rapporti sia col capo che coi colleghi (forse perché li vede di meno), mentre gli altri lavoratori non riescono ad andare oltre la soglia del 16%. Per non parlare delle “digital soft skills”, ovvero delle capacità relazionali e comportamentali che permettono di utilizzare efficacemente i nuovi strumenti digitali: il 39% degli smart worker le ha sviluppate adeguatamente, mentre gli altri lavoratori si sono fermati alla quota del 17%.

I lavoratori agili vantano un tasso di produttività più alto dei loro colleghi (stimato intorno al 15% in più): ne tengano conto gli imprenditori e le pubbliche amministrazioni che ambiscono a raggiungere risultati più gratificanti. In termini di profitti o di qualità del servizio offerto.




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