Sicurezza sul lavoro: cosa fare per migliorarla?

I lavoratori edili sono i più esposti al rischio di farsi male. Ma un cambiamento - anche culturale - deve essere preteso da tutti

In occasione della Giornata mondiale dedicata alla salute e alla sicurezza sul lavoro, ci concediamo una breve riflessione sullo stato delle cose e sulle misure che potrebbero essere adottate per migliorare le condizioni di molti lavoratori. Le statistiche riportate dai vari organi preposti al monitoraggio della situazione a livello nazionale hanno rilevato che, nel 2015, al calo del numero degli infortuni ha, purtroppo, fatto da contraltare l’aumento di quello delle cosiddette “morti bianche”. La sicurezza sul lavoro resta, in Italia (e non solo), un vero e proprio “tallone d’Achille”, che grida vendetta e richiede interventi mirati e tempestivi. Più facile a dirsi che a farsi.


Tra i settori più coinvolti, va sicuramente menzionato quello edile. Lavorare nei cantieri rappresenta spesso, di per sé, un serio fattore di rischio per la propria vita. Perché? Perché molte imprese non tengono in minima considerazione la normativa che regola e stabilisce gli standard minimi di sicurezza che devono essere rispettati nei luoghi di lavoro. Vedere operai che manovrano macchinari o che lavorano su alte impalcature, senza indossare l’attrezzatura richiesta per prevenire danni e infortuni, non è cosa così insolita. E solo le tragedie che, con regolare puntualità, si consumano dal Nord al Sud dello Stivale, riescono ad attirare l’attenzione del grande pubblico. Che si indigna sul momento, condannando l’incapacità dello Stato di garantire la vita dei cittadini che si recano al lavoro, salvo poi dimenticarsi tutto. Al netto della retorica – che in giornate come questa, rischiano purtroppo di prendere il sopravvento – resta la denuncia ferma dei sindacati di categoria, che da tempo invocano cambiamenti importanti.

Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil (ovvero le sigle che, per intenderci, rappresentano i lavoratori edili ed affini) hanno indetto per oggi uno sciopero nazionale del settore lapideo. In memoria dei due operai recentemente morti a Carrara e per chiedere più sicurezza nelle cave. E per rendere più pressanti le loro richieste, hanno fornito qualche dato: da gennaio ad aprile – secondo la loro ricognizione – si sono verificati già 184 decessi sul lavoro di cui 37 nei cantieri. Non solo: a perdere la vita con più frequenza, secondo i sindacati, sarebbero stati gli operai edili over 55. “La sicurezza inizia dalla qualità e regolarità delle imprese – hanno dichiarato – dal rispetto del lavoro, dei contratti e dal rispetto delle norme di sicurezza, ancora troppo spesso considerati costi da comprimere. L’unica cosa che occorre comprimere – hanno rincarato i sindacati – è l’irregolarità delle imprese”.

Parole che rimandano all’idea, caldeggiata già da qualche anno, di provvedere al rilascio di una “patente a punti” per le imprese edili. In pratica ogni impresa che, dopo regolare iscrizione alla Camera di Commercio, decide di operare nel settore dell’edilizia dovrebbe disporre di un certificato (una patente) che attesti la qualità della sua attività. Con un sistema a punti destinato a salire, nel caso in cui la suddetta azienda dimostri di lavorare nel rispetto di tutte le regole, con particolare attenzione a quelle che riguardano la salute e la sicurezza dei suoi dipendenti. O al contrario a scendere, nel caso in cui vengano ravvisati episodi di smaccata irregolarità. La proposta chiamerebbe in ballo anche un sistema di controllo più stringente, teso a verificare che i titolari delle imprese edili facciano effettivamente tutto ciò che è nelle loro possibilità per tutelare gli operai nei cantieri. Ma c’è chi ha opposto resistenza liquidando la proposta come l’ennesima “scocciatura” burocratica a carico degli imprenditori.

Sia come sia, resta il fatto che gli infortuni e le morti sul lavoro – che, ancora con troppa frequenza, vengono registrati in Italia – segnano uno stato di criticità che necessita interventi mirati. Un’approfondita riflessione sul problema appare ormai improcrastinabile e spinge a pretendere un “cambio di passo” culturale. Come? Insegnando, ad esempio, ai più piccoli che il rispetto del lavoratore non può prescindere dalla salvaguardia della sua salute. E denunciando i casi in cui – in ufficio come in cantiere – i capi dimostrano di prestare scarsa attenzione al “benessere” dei loro dipendenti. Solo quando riusciremo a comprendere che un lavoratore tutelato e protetto è un lavoratore destinato a fare meglio e a dare di più, la battaglia potrà dirsi parzialmente vinta.



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