Sharing economy: che cos’è e a cosa serve

Che cos’è la sharing economy ? Siete pronti a condividere i vostri beni e ad entrare con successo nell’economia collaborativa? Sì, se fate parte di quel 59% di persone che nei dati raccolti da Duepuntozero (Doxa) hanno detto di conoscere il fenomeno o almeno di averlo sentito nominare. Secondo altri dati, questa volta ricavati dallo studio denominato The people who share, in Italia, per ora, solo il 13% della popolazione utilizza un tipo di economia “partecipata” ed un altro 10% dice di esserne interessato. Al contrario degli americani, visto che il 52% della popolazione ha detto di aver affittato o prestato i propri beni negli ultimi due anni. E del 64% degli  inglesi, ovvero 32,5 milioni di persone. Più in generale l’economia collaborativa pare aver mercato in continua crescita sia negli USA che in Inghilterra, un mercato che raggiunge l’1,3% del Pil e che da recenti studi è stato stimato che possa crescere del 15% entro i prossimi 5 anni.


Numeri a parte, per non continuare a rimanere sempre un passo indietro, sarebbe meglio capire bene di cosa si tratta. In poche parole si può dire che la sharing economy sia la riproposizione, in chiave attuale, grazie anche all’utilizzo delle moderne tecnologie, di alcuni tradizionali comportamenti di mercato, ovvero di pratiche economiche utilizzate in passato come lo scambio, il baratto, il dono ed il prestito. Le diverse proprietà, o idling capacity, sono state suddivise in tre macro categorie per facilitarne lo scambio. Da un lato vi è tutto ciò che riguarda lo spazio, ovvero la possibile condivisione di case (co-housing), uffici, giardini, dall’altra tutto ciò che riguarda gli oggetti e le cose più materiali, come la macchina (car sharing), la bicicletta (bike sharing), i vestiti, il telefono, il computer, ecc, ecc … e per ultima la categoria che raggruppa le diverse competenze, ovvero la condivisione dei saperi e dei mestieri.

Cosa  di cosa c’è bisogno per condividere e collaborare? Fiducia e nonostante la fama per la loro accoglienza ed il loro calore, gli italiani paiono averne meno di tutti gli altri. Però, secondo quanto affermato da April Rinne, una delle maggiori esperte a livello mondiale di tale materia, in una recente intervista sul Corriere, il nostro paese potrebbe beneficiare ampiamente della sharing economy e rilanciare così il turismo ed i trasporti, senza però dimenticare che l’iniziativa deve partire dal basso. Per poi innalzarsi dal livello locale e prendere sempre più forza e consapevolezza di sé, in modo da combattere la sfiducia. Per contrastare le paure ed i pregiudizi, molti studiosi del fenomeno hanno poi voluto sottolineare come si possa pensare alla sharing economy come ad uno dei lati positivi di questa grande crisi, un lato in grado di cambiare la cultura del consumo e della produzione e di spostare i confini fra i significati di mio e tuo, senza contare che nell’epoca in cui le relazioni si coltivano sui social network, le persone che aderiscono hanno la possibilità di intrecciare nuove conoscenze.

Qualche esempio concreto? in America, vanno molto forte siti come Aribnb, che incoraggia il turismo nelle case degli sconosciuti, o come  Couchsurfing,  dedicato allo scambio di ospitalità, o ancora Rent The Runnway, per lo scambio o il noleggio di abiti e Kitchensurfing, per la condivisione di doti culinarie, in Italia invece, sono da segnalare i siti collaboriamo. Org, www.locloc.it per il noleggio tra privati e www.sfinz.com



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