Saldo Imu e Tasi: si avvicina il venerdì nero degli imprenditori

Quanto costerà il saldo Imu e Tasi agli imprenditori italiani? A fare due calcoli è stata la Cgia di Mestre, che ha vaticinato una vera e propria "stangata" per alcuni di loro

Quella di venerdì 16 dicembre è una data da cerchiare in rosso nel calendario degli imprenditori italiani che saranno chiamati ad onorare una serie di onerose scadenze fiscali. A partire dall’Imu e Tasi che, stando ai calcoli fatti dalla Cgia di Mestre, porterà alle casse dello Stato un gettito complessivo (comprensivo della prima rata pagata a giugno) di 20 miliardi e 890 milioni di euro. Di cui 10 miliardi 495 milioni (pari al 50,2%) versati dai proprietari di immobili strumentali. Ma c’è di più: il prossimo 16 dicembre scadono anche i termini di pagamento per le ritenute Irpef e per i contributi previdenziali a favore di dipendenti e collaboratori. La conclusione? Gli imprenditori italiani si preparino ad affrontare un faticoso “venerdì nero”.

Partiamo dal saldo Imu e Tasi per il quale, l’ufficio studi della Cgia di Mestre, ha calcolato che i proprietari di immobili strumentali pagheranno poco meno di 5 miliardi di euro. Ma attenzione: per alcuni di loro, si profila una vera e propria “stangata”. A sborsare di più saranno gli albergatori e i gestori di pensioni (poco più di 6 mila euro ciascuno), i proprietari di capannoni commerciali (4.010 euro) e i proprietari di capannoni industriali (3.224 euro). A seguire i proprietari di opifici e capannoni più piccoli, che entro il 16 dicembre dovranno versare 2.012 euro; i proprietari di uffici e studi privati (poco più di mille euro), i titolari di negozi e botteghe (quasi 500 euro) e i proprietari di laboratori arti e mestieri che se la caveranno con un saldo di 377 euro.

Ma c’è di più: la Cgia ha fatto notare che, dal 2011 al 2016, gli incrementi sono stati – in alcuni casi – spaventosi. Qualche esempio? Il gettito Imu e Tasi per gli uffici e gli studi privati è cresciuto, in questi 5 anni, del 145,5% e quelli procurati dai versamenti effettuati dai titolari di negozi e botteghe e di laboratori artistici sono saliti rispettivamente del 140,9% e del 109,7%. E non è andata molto meglio alle altre tipologie immobiliari: Imu e Tasi sono costate, infatti, il 98% in più ai proprietari di alberghi e pensioni; il 97,6% in più ai proprietari di capannoni commerciali e industriali e il 97,5% in più ai titolari degli opifici. Detto in numeri: se nel 2011, il proprietario di un ufficio o di uno studio privato pagava 823 euro di Ici; nel 2016, ha invece dovuto versare 2.021 euro per Imu e Tasi.

Dal 2011, ultimo anno in cui abbiamo pagato l’Ici, al 2016 – ha rimarcato il coordinatore dell’ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – l’incremento del carico fiscale sugli immobili ad uso produttivo e commerciale è stato spaventoso. Tutto ciò ha dell’incredibile. E’ utile ricordare che il capannone, ad esempio, non viene esibito dall’imprenditore come un elemento di ricchezza, ma è un bene strumentale che serve per produrre valore aggiunto, dove la superficie e la cubatura sono funzionali all’attività produttiva esercitata. Accanirsi fiscalmente su questi immobili come è avvenuto in questi ultimi anni non ha alcun senso – ha tagliato corto Zabeo – se non quello di fare cassa, danneggiando l’economia reale del Paese e, conseguentemente, l’occupazione”. 

E non finisce qui perché, come accennato, entro il prossimo 16 dicembre, gli imprenditori italiani dovranno pagare anche le ritenute Irpef e versare i contributi previdenziali a dipendenti e collaboratori. Se si considera che, entro Natale, bisognerà pagare anche le tredicesime dei lavoratori dipendenti – ha osservato il segretario della Cgia di Mestre, Renato Mason – per moltissimi imprenditori, non sarà facile recuperare la liquidità necessaria per onorare tutte queste scadenze”. 


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