Salari e diritti dimezzati: esiste un rimedio?

Le cattive abitudini sono dure a morire, si dice, e probabilmente non sempre a torto. Sono trent’anni, infatti, che assistiamo ad una discesa sempre più verticale dei salari e dei diritti dei lavoratori, a cui viene chiesta la massima flessibilità, spesso sinonimo di precariato.

A fronte dei dati diffusi recentemente sulla disoccupazione e sulla crescita vertiginosa del popolo degli inattivi, forse, andrebbe rivendicata una riforma della politica del lavoro, politiche di welfare a sostegno di reddito e servizi, ad esempio garantendo un reddito di minimo di 600 euro a chi ne è sprovvisto, come del resto accade in tutta l’Europa. Assicurare un reddito di base minimo costa 5,2 miliardi (1/5 della Finanziaria di Tremonti) e andrebbe a soppiantare i 14,8 miliardi che oggi vengono elargiti come sussidi di disoccupazione, indennità di mobilità e casse integrazioni al minimo, tutte risorse precluse ai precari, chiaramente. Con il reddito minimo, invece, si garantirebbe a tutti la possibilità di un sostegno economico.

Inoltre, ci sarebbero altre misure da impugnare a salvaguardia dei precari e delle vecchie generazioni di lavoratori, come la riduzione delle tipologie contrattuali, l’introduzione del salario minimo orario, in modo da garantire ai lavoratori atipici una paga oraria più decorosa, un freno al rapporto di stage, definito formazione sul campo, ma di fatto diventato sfruttamento sul campo e che ricordiamo, non costutuisce rapporto di lavoro; la continuità del rapporto di lavoro e di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura. Senza contare la necessità di investire nei servizi, nella ricerca e nella formazione, ambiti a cui continuano a segare le gambe. Tagliano i fondi persino alle Onlus, che come sappiamo, si mantengono solo ed esclusivamente con le donazioni.

Lo stato, che dovrebbe fungere da garante del benessere del proprio Paese, sembra, al contrario, sempre più affamato di soldi e di potere, e a furia di tagliare, cosa ci resterà?

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