Risparmio gestito: il 2015 incorona i fondi aperti

Bene le gestioni collettive e quelle di portafogli, ma a prevalere su tutto sono i fondi a breve termine

Ci sono risparmiatori che scelgono di mettere il loro “gruzzoletto” nelle mani di professionisti che promettono di gestirlo nel modo migliore. E’ in questo caso che possiamo parlare di risparmio gestito, affidato ad operatori del settore che ricevono il mandato dai loro clienti. Stando a quanto riferito da Assogestioni (l’associazione del risparmio gestito), nel 2015, questa industria ha chiuso il bilancio in positivo con un saldo di 141,7 miliardi di euro di cui 20,8 miliardi rilevati nell’ultimo trimestre. Portando il patrimonio complessivo a 1.834 miliardi di euro, il massimo storico.


Più nel dettaglio: da ottobre a dicembre 2015, 10,1 miliardi sono stati raccolti con le gestioni collettive, che fanno decadere il rapporto personalizzato con il cliente. In pratica, l’operatore si preoccupa di raccogliere il risparmio di una pluralità di soggetti che investe poi collettivamente in strumenti finanziari. E nello stesso periodo, hanno fatto registrare un saldo positivo di 10,7 miliardi di euro anche le gestioni di portafogli che vengono, invece, condotte su base discrezionale e individualizzata.

Ma i numeri più alti sono sicuramente quelli che riguardano i fondi aperti che, nel corso dell’intero 2015, hanno portato alla raccolta di ben 94 miliardi di euro (di cui 9,5 nell’ultimo trimestre). Di cosa stiamo parlando esattamente? Di quei fondi che permettono agli investitori di liquidare le proprie quote ogni giorno, in base al loro valore di mercato. Si tratta, per intenderci, di operazioni diametralmente opposte a quelle che interessano i cosiddetti fondi chiusi particolarmente adatti ad investimenti di lungo termine come quelli immobiliari. Non basta: il report fornito da Assogestioni ha precisato che l’incremento di questi fondi aperti è da correlare principalmente ai fondi flessibili cresciuti di 51 miliardi in un anno. Fondi che non hanno alcun vincolo particolare con la cosiddetta “assett allocation” e che possono quindi investire in azioni e in obbligazioni, senza condividere alcuno specifico fattore di rischio. E possono operare tanto in Italia quanto all’estero.



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