Riforma del lavoro: quanto costa agli italiani?

Sul nostro magazine abbiamo dedicato ampio spazio agli approfondimenti dell'attuale riforma del costo del lavoro. Una riforma che va a incidere pesantemente sulla natura dei contratti di lavoro, e che ha riflessi certamente non irrilevanti sul complesso sistema di ammortizzazione sociale. Cerchiamo ora di comprendere in che modo la riforma andrà a incidere sul costo del lavoro, e come il governo ha avuto intenzione di finanziare la revisione del sistema occupazionale tricolore.


Come cambia il costo del lavoro. Iniziamo con una rapida osservazione su cosa (e come) cambia il costo del lavoro. A prima vista, le novità che riguardano tutte le forme contrattuali rimaste in piedi dopo l'attività di review, concernono l'introduzione o l'estensione di contributi per il sostegno delle forme di ammortizzazione sociale.

In particolare, al contratto a termine viene aggiunto un nuovo contributo, nella misura dell'1,4 per cento, a carico dei datori di lavoro. Come era nelle originarie intenzioni del ministro Fornero, il contributo sarà comunque restituito ai datori di lavoro nell'ipotesi in cui il contratto a termine venga “trasformato” in un contratto a tempo indeterminato. Attenzione, però: il “rimborso” del contributo non è mai integrale, ma limitato a un periodo complessivo di sei mesi (in cui, peraltro, non rileva il periodo di prova).

Per quanto concerne invece il contratto di apprendistato, i maggiori oneri del lavoro sono relativi all'estensione del contributo ordinario dell'1,31 per cento a carico dei datori di lavoro; in aggiunta, è stato deciso che anche sui contratti di apprendistato varrà l'applicazione di quanto ribattezzato, anche sulle nostre pagine, “tassa sul licenziamento” (un onere che il datore di lavoro dovrà corrispondere per la risoluzione del rapporto di lavoro al termine dell'apprendistato, di importo variabile tra i 559,50 euro e i 1.678,50 euro per lavoratore).

Rincari anche per il contratto a progetto. In questo caso è stata disciplinata la crescita della contribuzione per un punto percentuale annuo a partire dal prossimo 1 gennaio 2013, fino al raggiungimento dell'aliquota del 33,72 per cento a gennaio 2018. Infine, per quanto riguarda il lavoro accessorio (in altri termini, quello che viene disciplinato dai voucher) è prevista la revisione dell'aliquota contributiva che è dovuta alla gestione separata: oggi pari al 13% del valore del voucher, la revisione sarà affidata a un decreto ministeriale in funzione degli aumenti delle aliquote della gestione separata.

Il finanziamento degli ammortizzatori sociali. Come già anticipato, le variazioni sull'incidenza del costo del lavoro serviranno principalmente a finanziare il nuovo sistema di ammortizzatori sociali, a cominciare dalla parte più corposa dello stesso, relativo a Aspi e mini aspi.

In merito, ricordiamo come dal 1 gennaio 2013 la contribuzione di finanziamento Aspi e mini aspi sia estesa anche agli apprendisti, per la stessa misura dell'1,31%. A rinvigorire il bacino di risorse da spendere con gli ammortizzatori sociali anche il nuovo contributo di licenziamento, del quale abbiamo parlato poco tempo fa. Si tratta di un onere versato dai datori di lavoro in ogni caso di interruzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato (ovviamente, per cause diverse dalle dimissioni del lavoratore). L'importo sarà pari al 50% del trattamento mensile dovuto sulla base della disciplina Aspi per ogni 12 mesi di anzianità aziendale posseduta dal lavoratore negli ultimi tre anni. Il contributo sarà dovuto anche nelle ipotesi di interruzione dei rapporti di apprendistato (sempre differenti dal recesso del lavoratore). L'importo è triplicato in caso di licenziamento collettivo.

Per quanto concerne i fondi di solidarietà, la riforma prevede l'obbligo di costituzione degli stesi presso l'Inps, in riferimento ai settori non coperti dalla disciplina relativa all'integrazione salariale per la fine delle attività produttive, con gli oneri che saranno pari al 100% delle prestazioni, e che verranno ripartiti tra datore di lavoro e lavoratore, nella misura di due terzi e un terzo. Viene inoltre stabilita un'addizionale contributiva dell'1,5 per cento a carico dei datori di lavoro che faranno ricorso al fondo.

Quanto incide la riforma sui cittadini italiani. Nonostante il tentativo di quadrare i conti (bilanciando l'incidenza del costo del lavoro e la necessità di rinvigorire le casse di supporto agli ammortizzatori), la riforma ha ancora un saldo negativo per il bilancio statale. Ne è derivata l'improvvisa ricerca di fondi ulteriori (per almeno 1,6 miliardi di euro annui, strutturali), che sono andati a incidere prevalentemente sul sistema dei trasporti.

Il governo ha infatti stabilito che dal 1 gennaio 2013 le spese e gli altri costi delle auto di imprese e dei lavoratori autonomi siano deducibili nella misura del 27,5% anziché, come oggi, del 40%. Sempre con decorrenza dal prossimo anno, il limite di tassazione delle auto date in uso promiscuo ai dipendenti scenderà dall'attuale 90% al 70%.

Ancora in materia di trasporti, dal 1 luglio 2013 è stata prevista un'incidenza aggiuntiva per quanto riguarda l'addizionale comunale dei diritti di imbarco sugli aerei, che passa da 4,5 euro a 6,5 euro: in altri termini, volare costerà 2 euro in più per singola tratta. Viene inoltre introdotta una franchigia di 40 euro sulla deducibilità del contributo sul servizio sanitario nazionale pagato sulle polizze rc auto.

Dal 1 gennaio 2013, infine, il forfait di conto sui canoni da locazione da assoggettare a Irpef scende dal 15% al 5%.



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