Ricerca IRES-CGIL: professionisti con livelli di istruzione sempre più alti, ma più precari e bassi guadagni

Dalla ricerca dell’Ires-Cgil e dal titolo “Professionisti, a quali condizioni?”, che prende in esame sia i professionisti autonomi sia i dipendenti ne risulta un quadro poco felice. A partire dai primi, che sono concentrati in gran parte nelle regioni del Nord Italia il 53,9%, hanno un livello d’istruzione elevato (infatti il 79,6 per cento ha almeno una laurea breve), un’età media piuttosto avanzata, che arriva ai 42 anni.

Il 70,3% di essi, ha una partita Iva e incarichi a termine, il 79,8% non legati ai risultati da raggiungere ma alla durata della collaborazione: che solo nel 20,6% dei casi analizzati è prestata per un unico committente, mentre nel restante 79,4% viene offerta a diversi soggetti.

Per quanto riguarda le retribuzioni ,queste sono inferiori ai 15 mila euro l’anno per il 44,6 per cento di loro, nonostante una media di 8,7 ore lavorative giornaliere sia nella continua alternanza di periodi di lavoro con altri, più o meno lunghi, di disoccupazione.

Il 61,4% dei professionisti intervistati ha dichiarato di essere rimasto almeno una volta negli ultimi cinque anni senza un impiego. Tutto ciò per una mancanza di un sistema dedicato al sostegno del reddito che determina una incertezza nel futuro previdenziale.

Ed è questa ragione che il 59% degli intervistati è disponibile a versare una quota contributiva pur di avere un’indennità di disoccupazione, come i professionisti dipendenti.

I professionisti dipendenti hanno in comune con quelli autonomi solo un alta formazione infatti il 70,9% è laureato .

Per quanto riguarda altri aspetti , infatti, sono un po’ più giovani con una età di circa 38 anni, hanno una stabilità contrattuale del 65,7% maggiore e solo il 35% di essi dichiara di guadagnare meno di 15mila euro all’anno a fronte di una media di 39,8 ore lavorative a settimana.

Le prospettive di carriera, sia per quelli che lavorano nelle grandi aziende (40,2%) sia per quelli impiegati nelle piccole (31,5%) restano comunque basse.

Il 68,7% di loro si dice disponibile a cambiare occupazione. Si sentono precari e poco valorizzati, hanno stipendi bassi nonostante un livello d’istruzione d’eccellenza. La maggior parte chiede maggiori tutele previdenziali e assicurative e ed è disponibile a cambiare occupazione e addirittura Paese pur di migliorare la propria condizione.

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