Ricchi e poveri: il divario cresce sempre più

In salita la quota degli europei a rischio povertà, con la Bulgaria in testa dove quasi un abitante su due stenta a vivere

E’ una fotografia che dovrebbe destare qualche riflessione quella scattata dalla onlus SocietàINformazione nel 13° Rapporto sui diritti globali intitolato “Il nuovo disordine mondiale”. L’indagine, promossa dalla Cgil (con la partecipazione, tra gli altri, di ActionAid, Arci, Legambiente e Antigone), ha messo in evidenza alcuni degli aspetti più allarmanti dell’attuale società globale, segnata da distanze – più economiche che geografiche – profonde.


Partiamo dai dati sulla povertà: secondo le stime fornite dall’Ue, le persone a rischio povertà ed esclusione, nel Vecchio Continente, sono 122,6 milioni (erano 116 milioni all’inizio della crisi). E gli Stati in cui la loro percentuale risulta particolarmente alta sono la Bulgaria (48%), la Romania (40,4%) e la Grecia (35,7%). Mentre in Italia, le persone a rischio povertà sono 17 milioni e 330 mila pari al 28,4% dell’intera popolazione. Una situazione tutt’altro che confortante che, secondo gli estensori del Rapporto, va spiegata anche alla luce del depotenziamento delle politiche a sostegno delle fasce più deboli. Dal 2008 al 2012, infatti, in Europa sono stati tagliati complessivamente circa 230 miliardi di euro in welfare, in ossequio alle logiche dell’austerity e del Fiscal Compact. Mentre a incassare sempre più sono state le banche centrali mondiali che, dal 2007, hanno visto aumentare la loro liquidità da 35 a 59 mila miliardi di dollari.

La distribuzione delle risorse globali avrebbe, insomma, seguito direttrici quanto meno discutibili contribuendo ad ampliare il divario tra i ricchi e i poveri del mondo. Tant’è che, se tra il 2009 e il 2014, le 80 persone più ricche del globo hanno visto raddoppiare i loro redditi, metà della popolazione più povera li ha invece visti calare. Delineando così un gap di proporzioni gigantesche: gli 80 “superpaperoni” possiedono, infatti, la stessa ricchezza che è nella disponibilità del 50% della popolazione meno facoltosa costituita da ben 3 miliardi e mezzo di persone.

 



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