Regole aziendali: troppi divieti ostacolano la produttività

Perché vietare ciò che, invece, può essere consentito? Certi capi dispotici sembrano scambiare le aziende per caserme

Dite a un bambino mediamente ghiotto di cioccolata che non può mangiarne troppa e otterrete il risultato contrario. Porre dei divieti è una delle pratiche più insidiose che esistano; vietare qualcosa innesca – di solito – un desiderio di trasgressione che può condurre anche i più disciplinati a “deragliare” per un attimo. E’ un meccanismo psicologico automatico, un impulso quasi naturale, che coinvolge la voglia di “disobbedienza” che appartiene (in maniera più o meno marcata) a ciascuno di noi. Sia ben chiaro: dire dei “no” è spesso inevitabile (soprattutto quando ci riferiamo all’educazione dei giovanissimi, che non sanno discernere, da soli, cosa è giusto o opportuno fare), ma quando le restrizioni riguardano adulti al lavoro, il discorso si fa ben più complicato. Le regole aziendali servono, ma certe direttive rischiano di procurare più danni che benefici a chi le impone. E di compromettere pesantemente la produttività in azienda.


In pratica, si tratta di tirare una linea di demarcazione tra le regole aziendali sensate e quelle che sembrano non avere alcuna plausibile giustificazione. Gli esempi non mancano: basta collegarsi ad un qualsiasi motore di ricerca per imbattersi in una chat o in un forum popolati da dipendenti sviliti dai niet dei loro dispotici capi. C’è chi racconta del divieto di bere caffè dopo le due del pomeriggio (pare sia considerato uno spreco) e chi dell’obbligo di rimanere sempre seduti alla propria postazione (salvo qualche episodica puntatina al bagno, ovviamente). Chi afferma che la politica aziendale impone di mantenere le porte degli uffici sempre aperte (a tutela della sicurezza interna) e chi riferisce che camminare per i corridoi, con le mani in tasca, espone al rischio di essere sanzionati. E cosa dire dei dipendenti che possono essere licenziati in tronco per aver dato del tu al loro superiore o di quelli che devono fare chilometri per fumare una sigaretta?

La vita regolata da certi codici comportamentali aziendali può diventare un vero e proprio incubo. E, a lungo andare, può procurare danni serissimi: le risorse che manifestano insofferenza per le regole che vengono loro imposte tendono, infatti, a lavorare male, a relazionarsi con fatica e a covare risentimento per i loro superiori. Ecco perché, questi ultimi, dovrebbero avere la lungimiranza di dare le direttive giuste, evitando di scambiare le aziende per caserme dove è lecito tiranneggiare tutti. Ma quali sono i comportamenti su cui i boss più severi non transigono quasi mai?

#1. La puntualità. Molti capi pensano che arrivare in tempo in ufficio sia sintomo di rispetto e di attaccamento al lavoro. Non è un’osservazione del tutto sbagliata, ma le cose vanno indagate con più attenzione. Certi dipendenti non riescono a timbrare il cartellino alle 9 per colpa di qualche imprevisto o contrattempo; altri perché sono dei ritardatari cronici. Pretendere che tutti rispettino le regole sull’orario non è, di per sé, una richiesta marziana; ma un buon capo dovrebbe sapere andare oltre. E verificare se, al di là del ritardo più o meno sistematico, la risorsa riesce comunque a produrre e a portare a casa i risultati richiesti. Molti lavoratori che faticano ad alzarsi presto dal letto tendono ad intrattenersi in ufficio ben oltre il canonico orario e si organizzano per recuperare il ritardo iniziale. Se non ostacola il lavoro degli altri, al dipendente dovrebbe essere concessa una certa autonomia nella gestione del tempo. A patto che gli incarichi vengano portati a termine e la produttività non ne risenta.

#2. L’abbigliamento. Rispettare il “dress code” può essere faticoso. In certe aziende, presentarsi in giacca e cravatta o in tailleur è un must su cui non è concesso negoziare. Perché? Perché la convinzione di certi management è che l’immagine professionale dell’azienda debba transitare anche dal modo in cui i dipendenti si vestono. E’ una direttiva che ha senso, se applicata alle risorse che devono interfacciarsi con clienti più o meno importanti. Ma quando le mansioni vengono svolte in una stanza, presentarsi con abiti più confortevoli al lavoro non dovrebbe indisporre nessuno. L’abito può fare il monaco, ma certi monaci non hanno bisogno di ostentarlo ogni giorno. E i loro “priori” dovrebbero tenerlo a mente, dimostrando maggiore elasticità.

#3. La postazione. Certi capi tendono a pensare che se i loro sottoposti non sono seduti alla scrivania, allora stanno battendo la fiacca. E’ una convinzione che li porta a imporre regole aziendali molto rigide, che possono arrivare a vietare l’alzata dalla postazione di lavoro (almeno per un certo lasso di tempo). Nulla di più sbagliato: con una buona connessione internet e i dispositivi giusti, si può essere operativi praticamente ovunque. E ultimare il lavoro che ci è stato assegnato mentre siamo al parco, nella sala d’attesa di un dentista, al gate di un aeroporto o sul divano di casa. L’immagine dell’impiegato che produce solo se rimane fermo nella sua postazione andrebbe messa in soffitta. E sostituita con quella del dipendente “flessibile” e dinamico, che si organizza per onorare gli impegni negli spazi che ritiene più confortevoli.

La credibilità di un dirigente non si misura dalla quantità di regole vessatorie che sceglie di imporre, ma dalla qualità delle direttive e dei suggerimenti con cui riesce a rendere l’azienda un posto dove è possibile lavorare serenamente. Lo tengano ben a mente quei boss che sembrano gongolare ogni qual volta un dipendente risponde loro con un tiratissimo “signor sì”. Che cela, in realtà, il seme di un’insofferenza pericolosa.

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