Referendum Fiat Mirafiori: il prezzo degli operai

Lo storico stabilimento Fiat a Torino, dipende dall’esito del referendum che gli operai sono chiamati a votare tra oggi giovedì 13 e domani venerdì 14 gennaio. In quella fabbrica il Gruppo Fiat vorrebbe produrre una berlina e un SUV con marchio Alfa Romeo e Jeep , perché Marchionne vorrebbe farne “un impianto internazionale”, ma per attuare questo piano occorre investire un milione di euro.


L’azienda lo ha già previsto nel bilancio, tuttavia per erogarlo ha imposto la condizione che gli operai accettino il nuovo contratto votando sì al referendum. Da un lato c’è il Gruppo Fiat che continua a sostenere di voler realizzare “Fabbrica Italia“, ovvero quella parte del Piano Strategico 2010-2014 che è dedicato all’aumento della produzione di auto nel nostro Paese; dall’altra c’è la Fiom-Cgil che non accetta le nuove norme del contratto.

Secondo il sindacato, che non ha firmato neanche l’accordo su Pomigliano d’Arco, Marchionne deve chiarire le sue intenzioni e riaprire il dialogo tra azienda e sindacati. Le altre sigle invece si sono confermate su posizioni più moderate. Dal referendum nascerà una newco Fiat-Chrysler per realizzare l’investimento specifico di un miliardo di euro. La nuova società applicherà un contratto collettivo ad hoc che farà riferimento al contratto collettivo dei metalmeccanici con eccezioni relative a quanto previsto dall’intesa sottoscritta, cioè straordinari, pause, assenteismo, clausola di responsabilità e organizzazione del lavoro. Quanto all’articolazione dei turni a Mirafiori,si partirà con 10 turni, con la possibilità di salire fino ad un massimo di 17 turni in caso di aumento della produzione e l’accordo prevede 120 ore di straordinario. Inoltre, durante il turno si usufruiranno di tre pause da dieci minuti ciascuna, la pausa mensa resterà collocata all’interno del turno ed in caso di passaggio a 15, o 17 turni ci sarà la verifica sulla possibilità di spostarla a fine turno. Il regime della malattia non muterà se il tasso di assenteismo tornerà ai livelli compatibili della media nazionale del 3,5%”.

Le motivazioni del “SI”
I primi a schierarsi dalla parte del sì sono Confindustria e il governo. Secondo
Emma Marcegaglia, la Fiom dovrebbe accettare l’accordo e chiedere in cambio più chiarezza sugli investimenti in un secondo momento. Il rischio è che il miliardo di euro vada all’estero, come ha avvertito Marchionne. “Le aziende sono libere di decidere dove investire “ ha puntualizzato il Presidente di Confindustria , noi non attraiamo investimenti esteri ed anche le imprese italiane investono poco per i problemi dell’Italia, che vanno dalle relazioni industriali alle infrastrutture e alle altre questioni strutturali”. Anche il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, è d’accordo e crede che se vincerenno i no la Fiat potrebbe non abbandonare del tutto il Paese, ma fare di Mirafiori una seconda Termini Imerese (cioè metterla in vendita).

Le motivazioni del “No”
Giorgio Airaudo, segretario nazionale Fiom e responsabile auto, è convinto che, se dovessero vincere i no, la Fiat non sposterà i suoi investimenti fuori dall’Italia. Secondo il sindacato è necessario riaprire il dialogo e ritrattare le condizioni di lavoro. “Per noi
la vertenza con la Fiat rimane aperta, non è conclusa, e lo sciopero generale del 28 gennaio ha questo senso”, ha spiegato il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, affermando che in Emilia Romagna lo sciopero generale sarà anticipato al 27 gennaio a causa di una festività e in piazza ci sarà anche la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. L’accordo di Mirafiori, ha sottolineato Landini “non lo firmeremo, qualsiasi sia l’esito del referendum” per i contenuti e perché è anche contro le norme statutarie di Fiom e Cgil”. Landini, fra le iniziative messe in campo ha annunciato una raccolta di firme nei luoghi di lavoro e nel Paese per dire che non è accettabile quello che sta accadendo in Fiat dove si violano diritti e Costituzione“. La Fiom lancerà anche una sottoscrizione straordinaria a sostegno delle lotte dei metalmeccanici.

Nel caso in cui venisse bocciata l’intesa raggiunta tra la Fiat e i sindacati, le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi” ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi da Berlino, schierandosi a favore di Sergio Marchionne.

Le parole del Premier hanno innescato diverse polemiche.

Non conosco nessun presidente del Consiglio che si augura che se ne vada il più grande gruppo industriale dal Paese. Se questa è la sua idea del Paese, è meglio che il premier se ne vada” ha affermato la leader della Cgil Susanna Camusso.

Duro anche il commento delle opposizioni. “Berlusconi non se ne accorge perché è un miliardario ma noi paghiamo a lui uno stipendio che gli sembrerà misero per occuparsi dell’Italia e fare gli interessi del Paese e non per fare andare via le aziende” è l’attacco del segretario del Pd Pier Luigi Bersani.

Un altro avvenimento ha riguardato le tensioni scaturite all’arrivo del leader di Sinistra Ecologia e Libertà, Nichi Vendola ai cancelli di Mirafiori a causa di una contestazione organizzata dai sindacalisti della Fismic. Inizialmente alcuni aderenti a questo sindacato hanno urlato davanti a fotografi e telecamere, intimando a Vendola di andarsene, “perchè il comunismo è finito”. Ma nel solito scontro tra comunismo e anticomunismo c’è un danno per tutti, a cominciare dagli operai della Fiat .In tutta questa vicenda da parte di molti rappresentanti politici sia di destra e sia di sinistra occorrerebbe un maggior senso di responsabilità che tenga a cuore le sorti dell’Italia e degli Italiani, come spesso ha esortato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Non appare un gesto coerente per il Presidente della Regione Nichy Vendola recarsi a Torino per appoggiare gli operai se da giorni gli operai pugliesi pagano un euro su ogni ricetta, pagano la benzina più cara d’Italia e vedono fortemente limitate le strutture sanitarie e ospedaliere sul territorio, per non parlare delle tante aziende che stanno chiudendo , lasciando a casa tanti lavoratori.La solidarietà di Vendola in questo contesto come quella di tanti altri politici si mostra poco credibile .

In tutta questa vicenda, al di là del risultato del referendum, coloro che pagheranno saranno sempre e comunque i lavoratori che si troveranno a dover fare una scelta difficile.

Una scelta che in realtà nasconde” il ricatto”, in uno Stato che si definisce democratico ma che si mostra incapace di essere mediatore tra mondo imprenditoriale e quello dei lavoratori, incapace di essere garante e difensore dei diritti di tutti e degli interessi economici del paese.



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