Reddito minimo: domani le 50.000 firme in Parlamento

Del reddito minimo garantito ne avevamo già parlato qualche tempo fa. Tra giugno e dicembre dell’anno scorso sono state raccolte oltre 50.000 firme, per chiedere l’istituzione di una misura urgente che garantisca perlomeno la sopravvivenza a chi è rimasto senza lavoro, o comunque senza un reddito. Domani queste firme, che rappresentano una proposta di legge di iniziativa popolare, approderanno in un Parlamento che prova comunque a lavorare nonostante dopo 50 giorni dalle elezioni, ancora del nuovo governo non sembra esserci traccia concreta. La proposta sul reddito minimo garantito ricalca alcuni dei criteri sui quali si basano misure analoghe vigenti all’estero. Oltre a soglie matematiche come il non superamento degli 8mila euro lordi e la residenza in Italia da almeno 2 anni, dovesse passare  la proposta, per poter usufruire dei 600 euro al mese previsti sarà necessario essere iscritti alle liste di collocamento dei centri per l’impiego e, altresì, non rifiutare proposte di lavoro da esso provenienti.


Infatti, a meno che tali offerte risultino non adeguate, un eventuale rifiuto farebbe immediatamente decadere il sostegno economico, così come  già accade in molti altri paese europei. Tale criterio è una forma di tutela rispetto alla comunque ingente spesa statale necessaria all’istituzione di un reddito minimo. Una sorta di barriera contro l'eventuale passione degli italiani per la “pasta al pomodoro”, sulla quale mesi fa il ministro Elsa Fornero si espresse in un modo che provocò critiche feroci. Sul reddito minimo, portato alla ribalta delle cronache politico-economiche dalla “furia” del Movimento Cinque Stelle, sono in brevissimo tempo nate una miriade di proposte. Il problema più complesso da affrontare è ovviamente quello della sostenibilità. Dire “1000 euro al mese a tutti” è una gran cosa, ma dove trovare i soldi? Ai “grillini” (un termine che può essere visto sì come riduttivo, ma anche in modo affettuoso, a seconda delle interpretazioni) va comunque riconosciuto l’enorme merito di aver sdoganato la questione in una maniera che non ammette marce indietro.

Stante la difficilissima situazione economico-sociale italiana, sulla quale quotidianamente o quasi vengono lanciati pesanti allarmi da sindacati e associazioni di settore (ultimi, non certo per importanza, quelli di Confindustria e della Cgia di Mestre), l’introduzione di una forma di tutela globalizzata di chi, per ragioni che sono le più diverse e talvolta inimmaginabili, non riesce più a sostenersi autonomamente è ormai divenuta primaria materia di discussione nel dibattito politico, oscurata ultimamente soltanto dalle gigantesche difficoltà nella formazione del nuovo governo. Queste ultime, trovano origine in un risultato elettorale che ha sì premiato il Partito Democratico, ma non abbastanza da assicurare a quest’ultimo una forza sufficiente a garantire la governabilità del Paese. Prima di questo stallo prolungato però, la questione reddito minimo spopolava trasversalmente nei partiti, che in molti casi ne hanno fatto argomento centrale della loro ultima campagna elettorale. Segno questo, che la discussione in merito ormai, non è più solo “roba” da economisti. Una misura che combatta la povertà  “a prescindere” è anzi argomento che non potrebbe essere più popolare, riguardando la dignità stessa delle persone e quindi di uno Stato, rigorosamente con la S maiuscola, che da quelle stesse persone è formato.



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