Reddito minimo: a che punto siamo?

A che punto siamo con l’introduzione di un reddito minimo in Italia? Per attivarlo dicono gli esperti, servirebbero dieci miliardi di euro, o forse venti. E, se non si è riusciti a trovare un miliardo per rimandare l’aumento dell’Iva ad inizio ottobre, come si può pensare di recuperare una cifra dieci o venti volte più grande? Eppure, pare che qualcuno se ne stia occupando. Quel qualcuno è il vice-ministro al Lavoro e alle Politiche sociali Cecilia Guerra, con l’ausilio di una commissione di esperti. Allo studio c’è il “Sia”, ovvero il “Sostegno per l’inclusione attiva”. I risultati del lavoro della Commissione apposita sono stati presentati a metà settembre. Non molto tempo fa avevamo pubblicato un resoconto di un incontro sul progetto Rps, ovvero il Reddito di promozione sociale (leggi l’articolo), attivo in uno dei distretti della Provincia di Milano. Per Rps, i risultati, nonostante le risorse economiche non certo infinite, sono stati decisamente buoni, ma estendere un simile progetto, o uno analogo, all’intero territorio italiano è un’operazione che definire ardua è un eufemismo.


Occuparsene però è d’obbligo, non solo a livello morale. E’ vero che trovare dieci miliardi di euro in un periodo come questo è praticamente impossibile, ma è altrettanto vero che le “tensioni sociali” che derivano dalla povertà crescente, quest’ultima legata ad una percentuale di disoccupazione che purtroppo soffre del medesimo destino, di miliardi di euro potrebbero costarne cento. Tensioni sociali sulle quali già il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri si è più volte espresso nel corso dell’anno, avvertendo dell’esistenza di una “situazione delicata”.  In ogni caso, il vice-ministro Guerra avrebbe intenzione di reperire le risorse, non si sa con quali tempi, “dalle politiche passive e da una revisione (al rialzo) delle tasse sul gioco d’azzardo”. Provvedimenti che però potrebbero non garantire la cifra annuale necessaria.

Volendo tralasciare il fondamentale aspetto economico (senza una copertura, non si può fare nulla), va detto che i fattori in gioco nell’introduzione di un reddito minimo in Italia non riguardano solo la possibilità o meno di spendere da parte dello Stato. Durante la legislatura Berlusconi 2001-2006, una chiusura verso il RMI (Reddito Minimo d’Inserimento, risalente al 1988), diede il via libera ad un altro esperimento, il RUI , ovvero il Reddito di ultima istanza, “da realizzare e co-finanziare in modo coordinato con il sistema regionale e locale”. Nel 2004 però, con la sentenza 423 la Corte Costituzionale intervenne in materia, giudicando di esclusiva competenza delle Regioni la materia legislativa a riguardo, questo perché, “essendo destinato ai nuclei familiari a rischio di esclusione sociale e dunque a favore di soggetti che si  trovano in situazione di estremo bisogno – costituisce una misura assistenziale riconducibile alla materia "servizi sociali" (cfr. sentenza n. 287 del 2004) di competenza legislativa delle Regioni”. A quel punto fu chiaro che, almeno per quanto riguardava il Rui, nessuna centralità statale sarebbe stata possibile per l’introduzione di un reddito minimo.

La frammentazione delle iniziative, che ovviamente vide favorite le Regioni più ricche, vale a dire quelle con più soldi da spendere, portò ad avviare varie iniziative a livello locale. Alcune andarono meglio, altre peggio. Secondo il ricercatore Giubileo, che ha tracciato una mappa dei vari tentativi succedutisi in Italia dagli anni 90 ad oggi in riferimento all’introduzione di un reddito minimo, fu una “buona legge” quella messa a punto nel 2004 dalla Regione Campania. Questo perché, tale legge indicava i soggetti beneficiari utilizzando il metodo dell’incrocio dei dati riguardanti la dichiarazione dei redditi ed i consumi effettuati. Il sistema permetteva quindi di individuare con una certa precisione le persone veramente bisognose, escludendo così candidature truffaldine o semplicemente errate.  A fare domanda però furono 150.000 persone a fronte di una copertura possibile grazie alle risorse a disposizione di “soli” 30.000 soggetti. Nonostante la bocciatura di svariate migliaia di candidature, restarono comunque oltre 100.000 individui pienamente rientranti nei requisiti fissati dalla legge.

Nel Friuli invece, in un esperimento similare vennero coinvolti i centri per l’impiego. I risultati però furono ”modesti, anche perché gli stessi centri non vennero assistiti con le risorse necessarie”. In linea generale, le varie sperimentazioni hanno ottenuto risultati migliori al Nord, grazie ad una maggiore percentuale di inserimento o re-inserimento lavorativo. Tale differenza incide anche attualmente sulle problematiche da affrontare per l’introduzione di un sussidio più o meno generalizzato, esteso quindi all’intera nazione, in quanto uno stesso provvedimento sembra ottenere un risultato diverso a seconda del territorio e del contesto in cui viene attuato. Ci sarà quindi, molto probabilmente, da tenere presente queste sostanziali differenze anche per quanto riguarda il Sia, il Sostegno all’inclusione attiva che, in un futuro non si sa quanto prossimo, potrebbe essere lo strumento di lotta alla povertà e all’esclusione sociale in Italia.




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