Quegli autisti che non si trovano, chissà perché

Quanta fatica per trovare autisti professionali. Ma tra stipendi più bassi e costi delle patenti la situazione non è più quella di una volta.

Sembrerà ben strano, ma è di pochi giorni fa la notizia che, nonostante la stabilità del posto di lavoro (cosa per niente scontata ormai da diversi anni), ci sia un settore nel quale si sta verificando una significativa carenza di personale. Il settore, è quello dell’autista professionale. La potente dichiarazione del direttore della logistica di Italtrans (Calcinate), riportata dall’Eco di Bergamo, ha in effetti fatto discutere e generato risposte da parte degli addetti ai lavori. La dichiarazione è questa: “Purtroppo in questi anni il mestiere di autista ha perso di “appeal” e ci troviamo di fronte una preoccupante crisi vocazionale. I giovani, probabilmente anche a causa della qualità della vita dell’autista che, fra turni festivi e soste notturne nelle piazzole autostradali, comporta certo dei sacrifici, rifiutano il lavoro, anche se si tratta di un posto stabile”.


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Sarà vero? Sì, senza dubbio. La vita degli autisti professionali comporta dei sacrifici, e altrettanto senza dubbio, soprattutto per quanto riguarda i posti con la patente E (quella per bilici e camion a rimorchio) spesso si sta parlando di lavoro stabile . Andando più a fondo nella questione, essa verteva più che altro sulla difficoltà di trovare un ricambio generazionale. Appunto, pare che i giovani, in gran parte non ne vogliano sapere di intraprendere una professione che ha sì i suoi lati belli, ma che non è più quella di una volta, né a livello di obblighi da adempiere, né a livello di soddisfazione economica. Perché per certi lavori, uno stipendio medio (più spesso medio-basso), anche se sicuro, può non bastare.

Ma facciamo per un attimo un passo indietro. Come detto, le dichiarazioni di Pugliese, così come quelle del segretario Fai Bendotti (che si è chiesto se a mancare sia “il lavoro o la voglia di lavorare”), hanno fatto discutere. Un commento piuttosto mirato è arrivato da Sala della Filt (Federazione Italiana Lavoratori Trasporti), che ha parlato di condizioni di lavoro “ormai insostenibili” e di stipendi che “non sono più quelli di una volta”. Senza voler entrare nella difficilissima diatriba sulle condizioni di lavoro, vediamo invece di soffermarci sulla questione degli stipendi che “non sono più quelli di una volta”.

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Una volta, appunto, le spese di chi stava sempre per strada, venivano totalmente o parzialmente rimborsate dalle aziende. Per “spese” intendiamo in primis quelle per i pasti, per dormire, lavarsi e via dicendo. Oggi, le condizioni di lavoro sono molto, ma molto diverse. Ci sono ancora, ovviamente, aziende chi rimborsano le spese di una vita passata in strada, ma sono purtroppo molte di meno e con vincoli decisamente più stringenti. Cosìcché, una parte più o meno rilevante dello stipendio di un camionista, spesso, finisce proprio nel doversi mantenere durante il lavoro. Facendo un velocissimo conto e stando piuttosto bassi con le cifre: due pasti al giorno ad una media di 8-9 euro a pasto, eqivalgono a 80/90 euro a settimana, ovvero ben più di 300 euro al mese, solo per mangiare (colazione esclusa). Senza quindi contare (ad esempio) la necessità di farsi una doccia (nelle stazioni di rifornimento, dove non sempre il servizio è gratuito). E stiamo comunque parlando di chi al venerdì sera rientra in sede, e non lavora nel weekend.

Si dirà: beh ma stanno lavorando, nemmeno in vacanza si va tutti i giorni a mangiare al ristorante. Verissimo, ma a parte che nel caso degli autisti si tratta più che altro di mangiare un primo o un secondo veloce, per poi riprendere la rotta o addormentarsi nella cuccetta del proprio bestione della strada e non certo di deliziarsi con le specialità del luogo di turno con tutta la calma del mondo, siccome di necessità si fa virtù, il camionista spesso, spessissimo, si prepara gran parte del cibo a casa, oppure se lo cucina direttamente per strada, avvalendosi di fornelletti da campeggio o similari. Certo è, però, che prepararsi tutto prima (ovvero nel già citato caso di chi rientra al venerdì, nel fine settimana), implica sicuramente spese molto minori, ma una certa mole di lavoro in più, non pagato, tra sabato e domenica. Non c’è solo il cibo da preparare, ma anche i vestiti (che vanno lavati, fatti asciugare, stirati e via dicendo). Sicuramente viene in aiuto la famiglia, di origine o di destinazione, a seconda magari dell’età, ma certo niente di tutto questo è facile.

Se si considera quindi che gli stipendi si sono fortemente abbassati rispetto ad alcuni anni fa e se si considera inoltre il fatto che si è abbassato lo stesso potere d’acquisto della moneta corrente, non si fa fatica a capire come molti giovani considerino l’attività del camionista come pesante, rifuggendola. Lo stare fuori tutta la settimana, oltre alla lontananza fisica dai propri affetti, genera poi altri problemi di rilevanza per niente trascurabile. Chi rientra dal lavoro alla sera, può comunque permettersi, nella maggior parte dei casi, di svolgere un buon numero di commissioni. La stessa cosa si può dire per chi opera su turni. Va da sé invece che un autotrasportatore che non rientra mai, se non nel fine settimana, deve concentrare tutto quello che può fare personalmente proprio nel weekend e per il resto è costretto a delegare.

Ora, una vita del genere può avere senso per chi la fa da sempre e si è organizzato, e magari è riuscito a mantenere uno stipendio di un certo livello, ma per chi entra in questo mondo, le cose sono molto diverse. Uno stipendio anche un po’ più alto della media, non può sciuramente bastare a sopperire alla lontanzanza dai propri cari e ad un gran numero di problemi organizzativi che ci si trova ad affrontare se si decide di intraprendere l’attività di autotrasportatore dipendente. A questo si deve poi aggiungere che, data la relativa esiguità degli stipendi, nemmeno si può più pensare di sacrificarsi per garantire un ottimo tenore di vita alla propria famiglia, cosa che invece in passato era abbastanza comune.

Il costo delle patenti superiori

Con l’introduzione delle nuove regole europee,  i costi da sostenere per acquisire le cosiddette patenti superiori sono aumentati esponenzialmente rispetto a ciò che serviva in passato per ottenere le classiche C-D-E (ed il CAP, ora abolito e trasformato in CQC).Ora esistono categorie intermedie come la C1 la D1, la C1E e la D1E , solo per citarne aclune,ottenibile in età differenti. Inoltre una volta per guidare un mezzo pesante trasporto merci serviva “solo” la patente apposita,  Il CAP  (Certficato abilitazione professionale) era riservato agli autisti di autobus (trasporto persone). Attualmente, il sistema è diverso, più articolato: Il CQC (Certificato qualificazione del conducente) , mutuato anni fa dal CAP è ora necessario anche per gli autisti di camion e camion a rimorchio. E se, ai tempi, gli autisti già in possesso del CAP hanno potuto trasformare quest’ultimo in CQC, ora è necessario un corso ed un esame apposito. Anzi due, in quanto diviso in CQC merci (per camion) e persone (per autobus). Senza qui volersi addentrare nelle specifiche tecniche di come , quando e quanto costa conquistare tutte le patenti e le licenze necessarie, basti sapere che tutte queste suddivisioni, pur utili e giuste, hanno inevitabilmente causato un aumento dei costi di entità decisamente non trascurabile. E se si considera che, appunto, gli stipendi non sono più quelli di una volta (diventa quindi un’operazione molto più lunga e complicata recuperare i soldi investiti, ovvero alcune migliaia di euro per il percorso completo) e la vita in strada non è certro tra le più comode e rilassanti, è facile capire come ci sia a volte una certa resistenza delle generazioneni più giovani ad intraprendere questo tipo di carriera.




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