Quanto guadagnano le donne? Gender pay gap, Usa ed Europa a confronto (2’ parte)

Quanto guadagnano le donne? Partendo da un appello del Presidente Obama, vi abbiamo parlato del Gender pay gap in Usa, risultato essere straordinariamente stratificato per professione e per area geografica, ma in Europa com’è la situazione? E in Italia? Come dimostrano i dati statistici dei rapporti sull’argomento stilati dall’Unione Europea, il divario salariale tra uomini e donne in Europa si aggira intorno al 16%. Questo significa a conti fatti che una donna dovrebbe lavorare due mesi in più all’anno per poter eguagliare la retribuzione del collega uomo. Nel caso specifico dell’Italia, il gender pay gap (il divario salariale tra i sessi, per l’appunto) è pari all’incirca al 5%, che paragonato al 16% europeo sembrerebbe porre il Bel Paese in un’aura di virtuosità e di esemplarità. Purtroppo non è così e il dato va interpretato alla luce del fatto che l’Italia è invece un Paese dall’elevato tasso di disoccupazione femminile rispetto ai limitrofi d’oltralpe.


Questo significa in termini pratici che il divario è molto basso perché le donne non risultano assunte affatto (o comunque in misura minima), soprattutto a certi livelli professionali. La maggior parte delle donne lavoratrici sono operaie, commesse, infermiere vale a dire occupano posizioni lavorative dove il divario, pur esistente, si riduce in modo notevole. Un’ulteriore considerazione riguarda l’abbassamento dei salari maschili a causa della crisi economica: fatto che ha determinato un livellamento verso il basso e quindi una maggiore similarità con i salari delle donne e non, cosa diversa, un innalzamento di questi ultimi.

Se si pensa però che a fronte di questa disparità, le tasse da pagare e il costo della vita hanno lo stesso peso per tutti, ecco che emerge un certo senso di rabbia e frustrazione (neanche troppo velate). Senza considerare che a volte le spese da sostenere “al femminile” sono addirittura maggiori rispetto a quelle maschili, come nel caso di alcune polizze assicurative. E la situazione diventa più deprimente se si allunga lo sguardo verso il futuro e si intuisce facilmente che, a parità di lavoro svolto durante tutta la vita, la meritata pensione sarà di sicuro più bassa rispetto a quella del collega della porta accanto.

Va ricordato ovviamente che la differenza di retribuzione, a parità di mansioni svolte, è una forma di discriminazione e pertanto non legale. Ma dimostrarlo è in pratica molto difficile. Le trattenute vengono giustificate con permessi, congedi parentali, sostituzioni maternità e via di seguito, che fanno parte del cosiddetto e ormai noto “child penalty”, una sorta di prezzo da pagare per le donne che scelgono di avere un figlio e un lavoro, non una carriera. La retribuzione inferiore è determinata anche dal part-time, scelta comune alla maggior parte delle donne che solo così riescono a conciliare la gestione della famiglia e la cura dei figli, perlomeno nei primi anni di vita. Il part-time ha un valore inferiore, anche in termini di investimento da parte del datore di lavoro, non permette avanzamenti di carriera né promozioni.

La giornata annuale dedicata all’argomento è il 15 aprile, data dell’ Equal Pay Day. Un’occasione per discutere di quanto guadagnano le donne e per rivendicare i propri diritti sul piano economico- lavorativo e dell’eguaglianza sociale. Sul piano della soddisfazione personale invece bisognerebbe accettare serenamente e far propria l’idea che la donna è nata per dividersi tra lavoro e famiglia, per essere il punto di riferimento nella vita dei propri figli e compagni. Prima si farà pace con se stesse da questo punto di vista e meglio si vivrà nel quotidiano.




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