Quante ore si perdono nel traffico? Le statistiche parlano chiaro

Stress personale, impatto ambientale, ma anche effetti sulla produttività e costi a carico dell'azienda, senza trascurare i rischi legati alla sicurezza: il traffico delle strade italiane è un problema a 360 gradi. Vediamo le statistiche su quanto tempo perdono gli italiani nel traffico.

Stress personale, impatto ambientale, ma anche effetti sulla produttività e costi a carico dell’azienda, senza trascurare i rischi legati alla sicurezza: il traffico delle strade italiane è un problema a 360 gradi, e recenti ricerche e studi consentono di tracciare un quadro piuttosto completo (e decisamente preoccupante) della situazione.


perdere tempo nel traffico

Cosa comporta “perdere” tempo nel traffico

Partiamo dai dati statistici: secondo l’ultimo TomTom Traffic Index Report gli italiani sono al terzo posto assoluto in Europa per tempo “perso” nel traffico. Per la precisione, se i capifila del Vecchio Continente sono gli automobilisti di Regno Unito e Belgio, bloccati rispettivamente per 45 e 39 ore all’anno, e la media europea è vicina alle 30 ore, le nostre strade ci fanno perdere quasi 38 ore ogni anno, ovvero quasi due giorni sui 365 totali dell’anno.

Perdita di produttività

Anzi, la situazione è ancora peggiore, perché l’indicatore sviluppato dai tecnici di TomTom (basato sui dati di traffico del 2016 a livello europeo) ha preso come riferimento un percorso medio di 30 chilometri al giorno soltanto nei giorni lavorativi (220 giorni all’anno). In pratica, dunque, gli italiani che usano l’auto per recarsi sul posto di lavoro perdono l’1 per cento della loro capacità produttiva annuale fermi negli ingorghi.

Un problema con cui fare i conti

Non si tratta solo di una statistica “curiosa”, perché questo fenomeno ha effetti anche sul sistema-Paese, dato il numero di persone che utilizzano mezzi privati (e auto in primis) per il tragitto casa-lavoro. Secondo recenti stime, contenute nella prima edizione dell’Osservatorio europeo della Mobilità, i mezzi privati sono scelti dal 69 per cento degli italiani per recarsi al lavoro (e poi dall’86 per cento per fare la spesa e dal 64 per cento per accompagnare i figli nelle proprie attività, sia scolastiche che extra), dati nettamente superiori alle medie europee.

In auto per 556 ore all’anno

In termini numerici, considerando tutti i mezzi di trasporto e solo “dal lunedì al venerdì, gli italiani dedicano in media 10 ore e 40 minuti a testa agli spostamenti”, un’ora in più a settimana rispetto alla media europea, spendendo in totale 556 ore all’anno in movimento: praticamente 23 giorni interi all’anno.

Il traffico fa perdere 3 punti di PIL

È dunque chiaro che questo fattore si traduce in maniera inevitabile in una perdita di competitività per l’intero Paese, che è stato valutato da uno studio da The European House Ambrosetti per Finmeccanica, in cui si sostiene che il modello di mobilità attuale arriva a costare svariati punti di Pil. Per la precisione, la congestione del traffico a livello nazionale genera effetti negativi quantificati tra i 30 e i 50 miliardi di euro ogni anno, vale a dire quasi il 3 per cento del Pil del Paese, e di conseguenza riduce fortemente anche la competitività delle aziende nostrane.

Sicurezza a rischio

Ci sono poi altre conseguenze negative di questo fenomeno, spesso trascurate, che riguardano lo stato stesso delle vetture e il livello di sicurezza che garantiscono ai guidatori e agli altri utenti delle strade: il tempo trascorso in auto incide inevitabilmente sull’usura del mezzo e delle sue componenti, a cominciare dalle condizioni delle gomme montate, che diventano progressivamente meno performanti e più “pericolose”. Il rapporto tra pneumatici e sicurezza è stato evidenziato da una ricerca realizzata dalla Highways England, la società che gestisce la rete autostradale del Regno Unito, che ha scoperto che un “semplice controllo continuo e costante dello stato delle coperture potrebbe portare al salvataggio di almeno 30 vite all’anno“, evitando il verificarsi di incidenti stradali.

Come mettersi a norma

Un dato impressionante, che riporta l’attenzione sul tema della sicurezza stradale e sull’importanza di avere sempre gli pneumatici giusti, sia in termini di efficienza che dal punto di vista del “periodo”: non bisogna infatti dimenticare che il Codice della Strada impone il cambio di gomme semestrale per adeguarsi al meglio alle condizioni atmosferiche, e soprattutto chi si muove quotidianamente in auto per effettuare il tragitto tra casa e lavoro deve essere accorto. Il consiglio da seguire è piuttosto semplice: se le gomme appaiono lisce o non sono a norma, meglio provvedere al cambio e sostituirle, così come chi si trova a percorrere tratti montani a rischio neve in inverno dovrebbe pensare all’acquisto degli pneumatici adatti, servendosi anche dei canali online come euroimportpneumatici.com, la piattaforma italiana leader di questo mercato.

Gli effetti sulla salute

Né meno critici sono gli effetti del traffico sulla salute, sia personale che collettiva: vale la pena ricordare che gli ingorghi sono ritenuti responsabili del 27 per cento della anidride carbonica emessa in Italia ogni anno, un livello superiore di 3 punti rispetto alla media europea. Per quanto riguarda i singoli guidatori, invece, è l’Organizzazione Mondiale della Sanità che rivela quanto è pericolosa la situazione: il traffico stradale è la principale fonte dell’esposizione umana a fenomeni acustici che superano la soglia di 55 decibel, qualificandosi quindi come causa di stress ambientale più dannosa in Europa.

Stress fisico e acustico

Per l’Oms, gli effetti nocivi del rumore sono legati alla capacità produttiva provoca nel corpo umano, che sopraggiunge anche durante il sonno; in estrema sintesi, oltre alla conseguenza peggiore e tragica (morte prematura), il perdurare dell’esposizione ai rumori e il ripetersi di questo stress rischia di aprire la strada a malattie cardiovascolari, deficit cognitivo, disturbi del sonno, ipertensione, oltre che provocare un fastidio continuo che impedisce una giusta concentrazione sul lavoro, impattando nuovamente sulla produttività.





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