Psicologo del lavoro: cosa fa per migliorare il clima in azienda?

Di lui si pensa che si limiti a selezionare il personale, ma i compiti affidati a questa strategica risorsa sono tanti. Scopriamoli insieme

Stare bene al lavoro sembrerebbe un’utopia destinata a rimanere tale per sempre. Ma è davvero così? Alcuni imprenditori “illuminati” hanno compreso, da tempo, l’importanza di far stare bene i loro dipendenti, consapevoli come sono che un lavoratore soddisfatto e sereno è anche un lavoratore più produttivo. Al netto della filantropia che si può bonariamente riscontrare in chi sceglie di adoperarsi per rendere il clima in azienda più disteso ed amichevole, va insomma riconosciuto che è nell’interesse dei dirigenti assicurare un certo benessere psicofisico ai loro sottoposti. Ecco perché, nelle imprese di medio e grande cablaggio, la presenza dello psicologo del lavoro risulta sempre più richiesta.


Ma di cosa si occupa esattamente uno psicologo del lavoro? Va innanzitutto chiarito che parliamo di una risorsa che può trovarsi strutturata all’interno dell’azienda, ma può anche essere ingaggiata da consulente esterno. Molti psicologi del lavoro sono, infatti, liberi professionisti che forniscono le loro competenze a più imprese ed organizzazioni contemporaneamente. Il compito focale dello psicologo del lavoro è quello di garantire il benessere in ambito lavorativo. Come? Partendo da un’attenta analisi del “capitale umano” di cui si dispone. Il professionista si occupa, innanzitutto, di gestione del personale: ricerca e seleziona le risorse più rispondenti alle esigenze dell’azienda e studia con attenzione quelle già impiegate. Alla base della sua mission deve esserci, infatti, una scrupolosa valutazione delle competenze dei lavoratori e un’approfondita analisi delle loro caratteristiche psicologiche. Quello che lo psicologo del lavoro deve fare, insomma, è verificare che la risorsa (di cui dovranno essere individuati i “punti forti” e i “punti deboli”) sia collocata nella giusta posizione e che svolga la mansione che le permette di dare il meglio di sé. Nell’interesse suo e dell’intera azienda.

E non è che l’inizio. Lo psicologo del lavoro si occupa a 360° delle risorse umane: fa da “motivatore” e da consulente personale (è la figura a cui possono rivolgersi, per esempio, i lavoratori stressati e frustrati) cercando di chiarire le idee a chi ce le ha un po’ confuse. Aiuta a costruire il percorso lavorativo più congeniale alle proprie caratteristiche, orientando verso scelte che dovrebbero fare emergere tutto il potenziale di cui la risorsa dispone. E non da ultimo è la figura che, in azienda, deve tentare di favorire la socializzazione tra colleghi, capi, consulenti esterni e rappresentanti sindacali. Un bravo psicologo del lavoro sa, infatti, che rimanere ore intere chiusi in una stanza dove si respira aria pesante può risultare fatale. Per questo, si adopera affinché le relazioni umane e professionali siano buone e cordiali, impegnandosi a creare un clima disteso e collaborativo.

Lo psicologo del lavoro e la formazione

Un altro ambito di cui si occupa specificamente lo psicologo del lavoro è quello della formazione. Aggiorna ed istruisce le risorse su tematiche e fenomeni che riguardano il contesto lavorativo (dal mobbing al bossing, passando per la sindrome di burnout e lo stress lavoro-correlato, solo per citarne alcuni) e fornisce tutti i chiarimenti necessari a rendere dipendenti e manager più consapevoli gli uni del lavoro degli altri. Al fine di farli sentire parte di un’unica grande squadra. Non solo: un’importanza capitale viene destinata anche alla comunicazione interna ed esterna. Il professionista deve, infatti, verificare che lo scambio di informazioni tra un ufficio e l’altro avvenga in maniera lineare ed efficace e che l’immagine veicolata dall’azienda o dall’organizzazione per cui s lavora all’esterno risulti rispondente a ciò che si intendeva comunicare. Un bravo psicologo del lavoro deve saperne anche di statistica e di indagini di mercato perché potrebbe ritrovarsi a fare interviste tese a verificare se una determinata strategia pubblicitaria o uno specifico prodotto abbiano colpito il segno o meno. E non si trascuri l’importanza di saper analizzare il contesto psicosociale in cui si opera, che permette di orientare la dirigenza verso scelte vincenti e di poter partecipare attivamente alla pianificazione degli obiettivi di marketing. Senza, per questo, tradire la vocazione “umanitaria” della propria professione.



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