Proposta di riforma delle professioni: novità per avvocati, commercialisti e notai

Una riforma delle professioni è richiesta dalle rappresentanze giovanili di avvocati, dottori commercialisti e notai: vediamo la bozza.

Che la crisi abbia colpito i professionisti, soprattutto i più giovani, è cosa nota. Che qualcuno cominci a prenderne atto, forse meno. È stata depositata alla Camera dei Deputati dal Presidente della commissione Affari Costituzionali, Andrea Mazziotti, la proposta di legge n.3381 per la riforma delle professioni di avvocato, dottore commercialista e notaio, per rinnovare gli ordini professionali e tutelare i più giovani. L’iniziativa è stata inoltre presentata durante il VII Forum dei Professionisti under 45, tenutosi lo scorso dicembre a Roma.


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Nella nota d’accompagnamento alla bozza, si legge che la proposta è volta “a migliorare l’accesso e l’esercizio della professione da parte dei giovani professionisti”. Infatti sono questi ultimi ad aver risentito maggiormente della crisi e delle conseguenze di un mercato ormai saturo. La proposta di riforma delle professioni economico-giuridiche, in primo luogo, mira a contrastare il fenomeno dei collaboratori non pagati, e in particolare degli avvocati e dei praticanti.

Purtroppo è consuetudine, soprattutto nell’ambito dell’avvocatura, non corrispondere alcun compenso ai praticanti, in cambio di una cosiddetta “esperienza formativa”. Esiste un vero e proprio esercito di laureati che lavora a tempo pieno all’interno di studi legali, senza percepire alcunché. Nemmeno dopo svariati mesi. In alcuni casi anche dopo l’ottenimento del titolo, il compenso resta un miraggio.
“È essenziale porre fine a questa situazione perché svilisce la laurea e il titolo e favorisce chi approfitta di una condizione di necessità e dipendenza dei professionisti, soprattutto più giovani” prosegue il comunicato.

A tal fine, la bozza di riforma delle professioni introduce l’obbligo di corrispondere un compenso per i collaboratori (per i praticanti dopo sei mesi) il cui importo minimo andrà determinato con un apposito decreto del Ministero della Giustizi

Il fenomeno delle collaborazioni

Altresì esistono tanti avvocati, soprattutto giovani, che lavorano esclusivamente per altri avvocati. Nei fatti si tratta di collaborazioni prive di una regolamentazione scritta o precisa, in cui compenso, modalità di svolgimento delle prestazioni e interruzione del rapporto sono rimessi all’esclusivo arbitrio del dominus, denominazione con cui viene indicato l’Avvocato titolare dello Studio.Per questo la proposta auspica una riforma dell’art. 2, comma 6, della legge n. 247/2012 affinché l’attività dei collaboratori, avvocati o praticanti, sia regolamentata attraverso un contratto scritto, che preveda un congruo preavviso per il recesso, salvo che non avvenga per giusta causa.

Inoltre la proposta di riforma delle professioni vuole introdurre anche delle modifiche in materia di pubblicità degli avvocati, autorizzando la pubblicazione dei nomi dei clienti, con il loro consenso, e l’uso senza limitazioni dei social network per promuovere il proprio studio.

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La riforma delle professioni: tirocini ed esame di abilitazione

Non è finita qui. La proposta di legge mira ad intervenire anche sulle norme in materia di tirocinio, di esame di stato per l’abilitazione alla professione di avvocato e di requisiti per essere eletti nel Consiglio Nazionale Forense. In particolare le modifiche all’esame di abilitazione mirano ad eliminare quella vasta area di discrezionalità che viene applicata nella correzione dei compiti, sia sulla forma stessa dell’esame, tramite l’introduzione di una quarta prova scritta.Inoltre la riforma delle professioni, come accennato, interessa anche i notai e i dottori commercialisti. Medesima è la proposta in materia di tirocinio e di compenso, da riconoscersi in misura equa dopo sei mesi di attività sia per i praticanti notai che per i praticanti commercialisti.Per quanto riguarda i notai, la bozza di riforma propone la modifica delle norme sul concorso, con l’abolizione della regola delle “tre consegne”, e introduce, come criterio di ammissibilità, il non aver partecipato a cinque o più concorsi.



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