Pregiudizi al lavoro: come abbatterli

La diversità di vedute e di comportamenti può rappresentare un problema. Ecco perché un bravo dirigente deve imparare a valorizzare l'unicità di ciascuno e combattere le discriminazioni che rischiano di avvelenare i rapporti

Diciamoci la verità: giudicare dalle apparenze è una consuetudine radicata in ognuno di noi. Lo sforzo di approfondire la conoscenza di qualcuno o di qualcosa viene spesso vinto dall’indolenza che ci porta ad osservare il mondo superficialmente, cogliendone solo l’aspetto più epidermico. Capita continuamente a tutti, non c’è motivo di negarlo, ma attenzione: alcuni pregiudizi possono fare davvero male. Nella vita di tutti i giorni così come al lavoro. Si pensi al caso di un islamico, guardato con circospezione dai passanti per via dei suoi abiti tradizionali. O a quello di una donna in carriera, che deve faticare il doppio per guadagnarsi la considerazione (e lo stipendio) di cui gode il suo collega in giacca e cravatta. Ogni forma di discriminazione è figlia di un preconcetto che andrebbe abbattuto. Ma come si fa?

3 pregiudizi da abbattere al lavoro

A convincerci poco è solitamente chi è diverso da noi, che tendiamo a percepire come un “elemento” estraneo, lontano, insondabile e dunque potenzialmente pericoloso. Chi insidia lo status quo che definisce il perimetro della nostra comfort zone viene di norma  osteggiato, ma – a ben guardare – la diversità rappresenta un valore aggiunto, su cui è possibile incardinare una crescita proficua e stimolante per tutti. Restringiamo il nostro ragionamento all’ambito lavorativo: ad avere più successo, sono indiscutibilmente le realtà che scelgono di investire sulla “coabitazione” di persone diverse, capaci di arricchirsi reciprocamente. E’ dalla scoperta di ciò che non si conosce ancora che deriva, infatti, la crescita che porta ad ampliare il proprio orizzonte umano e professionale. Ma quali sono i fattori che spianano la strada alle più comuni forme discriminatorie? Quali i pregiudizi che, al lavoro, possono compromettere o rallentare la carriera?

Il genere

Essere donna, in certi contesti lavorativi, può essere un vero e proprio handicap. La convinzione che la donna non possa dedicare al lavoro lo stesso tempo e lo stesso impegno di un uomo rappresenta un pregiudizio difficile da smantellare. L’immagine della donna che deve prendersi cura della casa e della famiglia fatica a conciliarsi con quella della professionista affermata. Eppure in molte hanno trovato la “quadratura del cerchio” e sono riuscite a ricoprire ruoli dirigenziali importanti, senza sacrificare la loro sfera personale. In barba ad un certo “machismo” culturale duro a morire che vorrebbe affidare solo al cosiddetto sesso forte gli incarichi di massima responsabilità

L’età

Il ragazzo non ha esperienza, affidargli il progetto sarebbe un azzardo. A rallentare la carriera di una risorsa promettente può essere l’eccesso di cautela di un dirigente che cede al pregiudizio legato alla giovane età del suo dipendente. Chi muove i primi passi viene solitamente guardato a vista e monitorato con attenzione: è una prassi consolidata e più che giustificata. Ma attenzione: chi dimostra di avere intraprendenza e lungimiranza andrebbe sempre incoraggiato. A prescindere dalla sua età. Vale anche per chi ha già macinato diversi anni di attività e viene comunemente percepito come una risorsa esausta e poco produttiva. Il pregiudizio legato all’età anagrafica va combattuto con forza: il talento, la capacità e la voglia di fare non seguono necessariamente i ritmi degli anni che passano. E non sono destinati ad invecchiare e sfiorire come le persone.

L’aspetto fisico

Il discorso che riguarda l’esteriorità fisica è un po’ più complesso. In sede di colloquio di lavoro, chi si presenta bene tende a conquistarsi più agevolmente il favore del reclutatore che (specie se un po’ sprovveduto) può farsi ingannare dall’abbigliamento curato o dalla gradevolezza dei tratti. Non è un’equazione su cui poter fondare un giudizio ponderato: un candidato avvenente e fascinoso non è necessariamente bravo e volenteroso. La selezione deve andare oltre, scovando competenze tecniche e professionali che non hanno nulla a che fare con l’esteriorità. Menzione a parte merita poi il pregiudizio che colpisce alcune donne lavoratrici che, a causa della loro prestanza fisica, vengono ingiustamente sottostimate e sottoutilizzate. Lo stereotipo della donna bella e poco capace (che si è guadagnata il posto per meriti che esulano dalla sua preparazione o professionalità) va accantonato una volta per tutte. L’aspetto fisico è un mero biglietto da visita, che non può determinare il ruolo che si andrà a ricoprire in azienda.

Altri pregiudizi

Insieme a questi pregiudizi, ce ne sono altri che ci limiteremo ad elencare come quelli legati agli orientamenti sessuali (molti omosessuali scelgono di non dichiararsi apertamente per evitare che capi e colleghi li prendano di mira o arrivino a demansionarli), alle credenze religiose o alle convinzioni politiche. La diversità di vedute e di comportamenti può rappresentare un problema, specie negli ambienti lavorativi che destinano grande attenzione alle etichette e alle formalità. E allora? Cosa fare? Come è possibile abbattere i pregiudizi che imperano ancora in troppi uffici ed aziende del Bel Paese (e non solo)? Sostenendo una politica fondata sulla conoscenza dell’altro, sulla collaborazione e sul rispetto. E’ compito di una dirigenza “illuminata” quello di rintracciare nella diversità delle risorse di cui dispone la chiave per crescere e migliorarsi continuamente. Partendo dalla valorizzazione dell’unicità di ciascuno, a prescindere dal sesso, dall’età, dai gusti personali e dall’aspetto fisico. Per abbattere i pregiudizi che rischiano di avvelenare e compromettere le dinamiche lavorative, basta concedersi il giusto tempo per conoscere meglio chi ci sta accanto e tentare di entrare in empatia con chi ci appare più distante. Collaborando lealmente per centrare un obiettivo comune che smantellerà le barriere e cementerà nuove sinergie.


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