Più lavori e meno guadagni: lo “strano” caso Italia – Germania

Quanto si lavora in Italia? E in Germania? E, soprattutto, quanto si guadagna? Qual è la relazione tra i due parametri? Secondo i dati Ocse, ripresi dal Sole 24 ore, la proporzione tra ore di lavoro effettuate e retribuzione sembra trovare una sgradevole eccezione tra l’Europa meridionale e quella centro – settentrionale, dove le divergenze tra qualità della vita, possibilità di conciliazione tra il tempo libero e il lavoro, e le prospettive occupazionali, sono sempre più ampie. Insomma, a ben giudicare quanto accade tra Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e resto del vecchio Continente, sembra proprio che più si lavora, e meno si guadagna. Ma quali sono le ragioni alla base di questo fenomeno?


Dall’Italia alla Grecia: si lavora troppo?

Il primo aspetto che salta agli occhi è relativo al numero di ore lavorate nei Paesi dell’area mediterranea. In Grecia, ad esempio, si lavora in media 2.034 ore l’anno, quasi 300 ore in più della media Ocse di 1.756 ore: a fronte di tale surplus lavorativo, tuttavia, si ottiene un salario medio pari a 20.100 euro, contro i 30.200 euro della media Ocse.

Va meglio – per quanto possibile – in Italia, dove il numero di ore lavorate è attualmente pari a 1.752, 4 in meno della media Ocse, ma pur sempre 200 ore in più di quanto avviene in Danimarca, e 300 ore in più di quanto riscontrabile in Germania, a fronte di uno stipendio più basso: 28.900 euro. In Portogallo si lavora invece per 1.691 ore l’anno, mentre in Spagna il numero scende ancora a 1.686 ore, pur sempre ben più elevato rispetto agli standard centro – settentrionali. Lo stipendio medio è tuttavia rispettivamente pari a 15.700 euro e 25.600 euro.

Più lavori e meno guadagni: ecco (forse) perchè

Stabilito quanto precede, occorre altresì comprendere quali siano le cause di una simile divergenza di intenti tra il numero delle ore di lavoro e la retribuzione. Secondo quanto considerava l’Ocse in una sua analisi, la causa di (quasi) tutti i mali sarebbe in un’inefficiente organizzazione del lavoro da parte dei Paesi sotto-soglia, che adottano misure minime o inconsistenti di incentivo al bilanciamento tra vita privata e lavorativa, part time e rinnovamento di metodi di lavoro.

Ne consegue che in Italia un’ora di lavoro “vale”, in termini di produttività, circa 32 euro (- 1,5% nell’ultimo quinquennio), contro una media Ocse di 34 euro. Per quanto concerne il solo territorio spagnolo, la ricerca dell’Istituto de estudios economicos segnalava invece la presenza di un sistema definito “illogico”, chissà quanto interpretabile anche qui da noi: in altre parole, alcuni lavorano troppo, altri lavorano troppo poco.

Il contesto è tuttavia ben più complesso di quanto si possa superficialmente immaginare. Il ricorso al part time, che in Germania ha inciso per oltre il 50% delle assunzioni femminili, sembra non sfondare nei Paesi mediterranei, e non certo per colpa della mancata volontà di riservarsi un po’ di tempo libero aggiuntivo durante la giornata (quanto, soprattutto, di un salario percepito che sarebbe inadeguato per un sostentamento basilare). Ancora, lo studio sottolinea come in molti Paesi mediterranei vi siano prassi in grado di rovinare gli indici di produttività come, ad esempio, le pause pomeridiane di 2 o 3 ore nell’esercizio dei servizi al pubblico, e non solo.

Insomma, per quanto apparentemente fin troppo semplice, la ricetta per incrementare i salari sarebbe quella di aumentare la produttività delle ore / lavoro, e per far ciò bisognerebbe spingere su una revisione dell’organizzazione del sistema occupazionale, con impiego di settimane corte (che rinforzerebbero la flessibilità), ricambi generazionali, part time, work-life balance e tanto altro. Voi che ne pensate?




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