Perdita del lavoro dopo il cancro: una realtà da combattere e denunciare

Donna con fiore in manoLa perdita del lavoro dopo il cancro è una realtà triste e purtroppo ancora molto frequente, che non fa che aggravare una situazione già drammatica di per sé da molti punti di vista e che è necessario combattere e denunciare. Lo stravolgimento della propria vita è totale, quando arriva una malattia di questa portata. La cura, la lotta contro il male, la consapevolezza di dover combattere per la propria salute e la propria vita, sono la priorità assoluta. Ma le conseguenze si ripercuotono ad ampio raggio sulla serenità dell’intera famiglia, sulle relazioni sociali ma anche a livello economico, quando questo coincide con la perdita del lavoro.


Uno studio pubblicato sulla rivista Cancer mette in luce come più del 30% delle donne che hanno avuto un tumore al seno e subito una chemioterapia, a quattro anni di distanza e per fortuna sulla via della guarigione, non abbiano più un lavoro, seppur contro la propria volontà. Lo studio in realtà punta il dito contro la chemioterapia adiuvante a scopo preventivo giudicandola non opportuna “sempre e a prescindere”, dati i suoi effetti gravi e invalidanti anche nel lungo periodo. Aldilà di valutazioni di genere così delicate e sulle quali solo medici specializzati sono chiamati a pronunciarsi, il dato da cogliere e su cui riflettere è che una donna che vince una così dura battaglia debba poi fare i conti anche con la perdita del posto del lavoro.

A onor del vero un’altra indagine, questa volta a cura del Censis e presentata dalla Favo (Federazione delle associazioni di volontariato) lo scorso anno, ha evidenziato come in molti casi le donne abbiano deciso per l’allontanamento volontario dal lavoro: il 42% a causa delle assenze inevitabili dovute alla malattia e alla cura, il 33% per un evidente (seppur come è ovvio non voluto) calo del rendimento e delle prestazioni, il 12% per la richiesta di un part-time seguito da ulteriori riduzioni progressive dell’orario di lavoro.

Ma in molti altri casi purtroppo il 3,4% delle donne dichiara invece di essere stata licenziata e il 6,2% di essere stata “costretta” a firmare le dimissioni. Ovviamente la legge italiana tutela il malato oncologico e garantisce in caso di lavoro dipendente non solo il mantenimento del posto e la rispettiva retribuzione (secondo quanto già disposto per le assenze per malattia) ma sancisce anche che le prestazioni del lavoratore possono cambiare. Ciò che indigna è la pressione subdola e silente che talvolta può essere esercitata nei confronti di queste donne. In occasione della nona Giornata mondiale del malato oncologico il prossimo 18 maggio 2014 non si può che sostenere la necessità di promuovere campagne di sensibilizzazione e solidarietà nei confronti dei malati di cancro e di denunciare i casi di pressione psicologica nei loro confronti, affinché possano continuare a lavorare e a trascorrere una vita serena, soprattutto nei periodi di maggior fragilità e vulnerabilità.



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