Perché mi dici così? L’innocente stupore dei piccoli

Quando un "capo" cerca un "responsabile" può anche non riuscire a trovarlo. Oppure potrebbe trovarne cinque o sei, ma mai quello giusto.

“Non è di mia competenza”, oppure “non mi riguarda”, o ancora “non devi dirlo a me”. E a chi devo dirlo, non sei tu il capo?  “Sì certo che sono io, ma di questo reparto e per questo turno, salvo che ci siano problemi particolari, nel qual caso devo riferire al mio superiore. E comunque non mi chiamo capo, ma responsabile”. Chi ha lavorato o presta attualmente la sua opera in un’azienda piccola, specie se quest’ultima ha un qualche cantiere o fornisce uno o più servizi all’interno di uno stabilimento di un’impresa molto più grande di lei, probabilmente si sarà trovato, direttamente o per sentito dire, di fronte alla classica situazione del “non sei tu il capo?”, ovvero quando un lavoratore esterno, magari anche con mansioni autorevoli, deve riferirsi per una qualsiasi problematica ad un responsabile interno dello stabilimento. Vallo a trovare!

il capoSpieghiamoci meglio: non è che in una grande azienda non ci siano responsabili, anzi, il problema a dire il vero è esattamente l’opposto: ce ne sono tanti, troppi, direbbe qualcuno. Quindi, trovare quello giusto con il quale discutere la questione in essere può diventare un’operazione piuttosto lunga. In una piccola impresa, che necessariamente ruota attorno a poche e centrali figure, una simile situazione non potrebbe mai verificarsi. Spesso il “capo” coincide con chi paga gli stipendi degli altri e non esiste che non sia lui a decidere qualcosa, o perlomeno non esiste che ogni questione non passi inderogabilmente da lui. Insomma in quest’ultimo caso il “capo” è uno solo ed è lui, o al massimo un suo delegato diretto, che interagisce con qualunque altro responsabile esterno all’azienda.

Le due realtà però, a volte si scontrano e la gestione dello scontro non è delle più facili: da una parte (la piccola impresa) c’è una figura attorno alla quale ruota tutto il lavoro, dall’altra (la grande azienda) di figure ce ne sono diverse, ognuna con responsabilità e ruoli ben precisi e definiti. Ognuna inoltre è chiamata a non sconfinare in campo altrui. Farlo può significare, oltre a trovarsi a risolvere problemi non di propria competenza, anche farsi letteralmente dei nemici, primo fra tutti il titolare del “campo” in cui si è sconfinato. Voglia Iddio che ciò non accada.

Così, a volte, avviene che mentre il “capo” tende a prendere decisioni immediate, che risolvano all’istante il problema in essere  (ciò può accadere anche a due minuti dalla fine dell’orario di lavoro), può succedere che il “responsabile”, o “manager”, o “referente” (per citare alcuni tra gli appellativi più utilizzati, che comunque identificano ruoli e mansioni diverse), molto tranquillamente, si disinteressi del problema, rimandando il tutto ad un altro momento e smorzando nettamente i toni della situazione, nonché la presunta condizione di urgenza di una risoluzione. Addirittura potrebbe indirizzare il tutto verso un’altra persona (dando di essa i riferimenti).

Insomma, un responsabile “non responsabile”? No, non proprio. Sebbene sia del tutto comprensibile lo stupore di un lavoratore con mansioni di comando che, abituato com’è a decidere tutto lui (nella piccola impresa), difficilmente comprenderà la scelta di non decidere nulla da parte di una figura con potere decisionale, va detto che per capire esattamente le ragioni di un simile comportamento da parte di un dipendente di una grande azienda, è fondamentale tenere conto del numero di decisioni  da prendere e delle implicazioni di queste ultime sui processi produttivi e su quelli di gestione delle risorse umane. Spesso non decidere nulla può rivelarsi una scelta saggia.

In un grande stabilimento non è quasi mai possibile prendere autonomamente una decisione che sia al di fuori delle proprie mansioni, in quanto le connessioni tra reparti produttivi e manutentivi, le questioni di salute, di igiene, di sicurezza e le procedure di (eventuale) emergenza, sono pressoché infinite. Vi è a monte un sistema in cui ogni ruolo certificato deve muoversi oculatamente e con i piedi di piombo. E quindi, se anche è il gran capo di quella piccola ma straordinaria impresa, che fornisce un servizio di assoluta qualità all’interno dello stabilimento, a chiedere con urgenza un determinato provvedimento, procedere  senza l’autorizzazione del responsabile addetto a quella specifica situazione può creare seri problemi gestionali, soprattutto in caso qualcosa vada storto e si debba poi recuperare il tutto a posteriori.

il capo

E’ pur vero che a volte le procedure necessarie ad ottenere le autorizzazioni per poter compiere determinate operazioni, accedere a determinate aree e via dicendo sono un po’ troppo macchinose e rischiano di rallentare il lavoro, soprattutto quello dell’impresa appaltatrice, ma è altrettanto vero che: a)per la grande azienda è meglio imporre tempi più lunghi, anche bloccando tutto, che rischiare di cadere in gravi errori di gestione del lavoro in appalto (con relativo aggravamento di costi). b) per la piccola è comunque meglio aspettare che scontrarsi direttamente con l’azienda committente, rischiando così di incrinare un rapporto che magari fino a quel momento è stato cordiale e proficuo.

Certo è però che, a dirla tutta, assistere ad un dialogo “operativo” tra chi è abituato a pensare “Ok, ho un problema, tre secondi lo risolvo e passo ad altro” e chi invece se la cava sul momento con un “Abbiamo un problema? Ma sei sicuro? Ma no dai, non sarà così grave e poi mica posso decidere io questa cosa, scherzi? Comunque, domani facciamo una riunione e vediamo”, per certi versi può essere addirittura esilarante.


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