Perché è importante chiamare i colleghi per nome

Chiamare per nome qualcuno vuol dire riconoscerlo e valorizzarlo, ma occhio a non strafare. Rivolgerci al capo con un incauto "tu" potrebbe costarci la carriera

C’è chi lo scandisce con orgoglio e chi, al contrario, lo pronuncia con imbarazzo; familiarizzare col proprio nome non è sempre facile e, in qualche caso, occorre lavorarci pazientemente su per imparare ad accettarlo come si fa con un piccolo difetto fisico. Ermenegildo, Pancrazio, Crisostomo, Ursula, Giacinta e Addolorata sono solo alcuni dei casi più “estremi” (quelli che autorizzano a pensare che i genitori siano stati quanto meno incauti o irragionevolmente precipitosi), ma anche per un uomo che si chiama Pompeo o una donna che si chiama Eufelia, le cose non devono essere state sempre facili. Chiamare qualcuno per nome vuol dire riconoscerlo ed identificarlo; impariamo a farlo anche al lavoro e le cose prenderanno la giusta piega. Per quanto possa sembrare curioso, infatti, chiamare i colleghi per nome può fare la differenza. Scopriamo perché.


L’importanza del nome

Quella del nome è una scelta importante: lo sanno bene in Gran Bretagna dove, da qualche tempo, spopola la figura del “consulente onomastico”, ingaggiato da coppie in confusione per scongiurare leggerezze e stravaganze che potrebbero costare care ai loro bambini. Il nome è qualcosa che ci si “cuce” addosso e da cui non possiamo liberarci: ecco perché è importante sceglierlo con cura ed imparare ad amarlo ed accettarlo come una parte di noi. “La scelta del nome – ha spiegato la psicologa Daniela Bavestrello – incide sia su chi lo porta, perché crea una dimensione emozionale, sia negli altri, perché è evocativo. Può suscitare tenerezza o ripulsa, ma non lascia mai indifferenti”. “Il nome – ha proseguito l’esperta – determina un impatto psicologico personale, sociale e relazionale; indica una dimensione e crea delle aspettative”.

Facciamo degli esempi concreti: da un Cesare ci si aspetta che abbia una certa attitudine al comando e da un Ivan che procuri “sfaceli” come faceva il Terribile nella Russia del 1500. Si tenderà a pensare che una donna che si chiama Selvaggia nutra una certa insofferenza per le regole e le etichette, a differenza di una Serena più incline all’auto-controllo e alla pacifica contrattazione. Ma attenzione: pensare che ciò che indica o suggerisce il nostro nome sia la prefigurazione di quello che saremo o faremo nel corso della nostra esistenza è una mera semplificazione.

Secondo gli studiosi, infatti, il nome non è predittivo (non predice la nostra sorte), ma induttivo. Ovvero può spingere a congetturare che una determinata persona abbia un’indole piuttosto che un’altra. Si tratta, insomma, di una semplice indicazione o di un velato orientamento che potrebbero essere smentiti dai fatti. Non diffidiamo da tutti gli Ivan con cui avremo a che fare e non abbassiamo la guardia con tutte le Serena che ci capiteranno a tiro: quel che “dice” il loro nome potrebbe farci prendere delle insidiose cantonate. Meglio sospendere il giudizio sul loro conto fin quando non saremo in grado di formularne uno più ponderato, tarato su ciò che fanno e che manifestano di sentire nella loro quotidianità.

Chiamare per nome vuole dire riconoscere e rispettare

E veniamo al nocciolo della questione: perché è importante chiamare i colleghi per nome? “Il tuo nome ti identifica, differenziandoti da tutti gli altri”, ha messo in rilievo l’esperta di LinkedIn, Darain Faraz. Accade anche al lavoro dove il nome che ci portiamo addosso diventa l'”etichetta” che qualifica ciò che facciamo, il nostro “marchio professionale”, il nostro personale sigillo. Chiamare qualcuno per nome vuol dire, quindi, riconoscerne l’unicità, rispettarne la storia personale e, in definitiva, valorizzarlo. E’ una forma di riguardo e di attenzione che, se ben praticata, non potrà che sortire effetti positivi. Quando il capo ci chiama per nome, ci sentiamo considerati (è la testimonianza che non siamo passati inosservati) e quando lo fanno i colleghi, ci convinciamo di essere entrati a far parte di un gruppo che ci ha accolto benevolmente.

Chiamare per nome vuol dire definire, distinguere, rispettare, dare dignità; rivolgersi ad un collega con un anonimo “caro” equivale, viceversa, a fargli capire che non siamo sufficientemente interessati a metterci in connessione con lui. E che, con ogni probabilità, vogliamo mantenere una certa distanza. Sono sfumature di cui dovremmo tenere conto perché evitare di chiamare qualcuno per nome o arrivare a storpiarlo può essere quanto mai indelicato e improduttivo. Specie al lavoro. E’ un atteggiamento che denota pigrizia, sciatteria e superficialità (ma anche scortesia, arroganza e mancanza di tatto) che potrebbe originare qualche complesso nel “mal nominato” e dare il là a ruggini difficili da sciogliere.

Occhio a non strafare

Prestiamo attenzione alle persone che ci stanno accanto ed impariamo a riconoscerle e valorizzarle, a partire dal nome in cui è racchiusa la loro storia. Ma attenzione: chiamare tutti per nome potrebbe essere altamente rischioso. Dare del tu al capo, ad esempio, è quasi sempre inopportuno. Rispettiamo le dinamiche gerarchiche che regolano il nostro ambiente di lavoro e rivolgiamoci, in maniera adeguata, a chiunque ne faccia parte. E a meno che non sia lui stesso a dircelo, continuiamo a tributare al nostro datore di lavoro il formale ossequio che si deve alla sua figura. Chiamare per nome vuol dire sì riconoscere e considerare, ma in alcuni casi, è solo una maldestra “concessione” che tradisce scarsa attenzione al protocollo e alle buone maniere. La professionalità e l’intelligenza passano anche dalla capacità di discernere quando è meglio mantenersi nell’ambito di una cortese formalità che è bene non valicare. Teniamolo a mente.



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