Per quali motivi lasciamo il nostro posto di lavoro, report dell’Osservatorio Job Pricing

Una recente analisi ci svela perchè lasciamo il nostro posto di lavoro, o perchè invece confermiamo la nostra fedeltà all'azienda

Per quali motivi più frequenti abbandoniamo il nostro posto di lavoro? E’ perché siamo insoddisfatti dello stipendio che ci viene riconosciuto? O forse perché sentiamo di lavorare troppo?


A domandarselo (e, a fornire risposte piuttosto puntuali) è il report sulla Salary Satisfaction dell’Osservatorio Job Pricing, che chiarisce che remunerazione, orari e formazione costituiscono i tre motivi per cui i lavoratori spesso manifestano insoddisfazione nei confronti del proprio posto di lavoro, tanto da decidere – a volte – di abbandonarlo.

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I fattori che fanno cambiare lavoro

Di fatti, alla richiesta di indicare quali siano i tre elementi che potrebbero indurre il lavoratore a cambiare il proprio posto di lavoro, quelli più gettonati sono proprio quelli sopra anticipati, con una netta prevalenza per la retribuzione fissa.

In un mondo del lavoro sempre più dinamico (ma qualcuno, e non a torto, potrebbe definirlo “precario”) è dunque la tanto cara certezza dello stipendio fisso il parametro che viene ritenuto più preferibile, con una quota di 7 lavoratori su 10 che appare essere piuttosto trasversale, riguardando dai dirigenti agli impiegati.

Scorrendo le altre voci per importanza, al secondo posto troviamo la formazione e, ad essa collegata, la possibilità di sviluppare le proprie competenze e la propria carriera. L’aspetto formativo interessa quattro risposte su dieci, con una quota prevalente da parte degli inquadramenti più bassi (la cita il 44% degli operati, ma solo il 27% dei dirigenti). Nessuna sorpresa, comunque: è piuttosto intuibile che la spinta verso il miglioramento arrivi proprio dal basso, piuttosto che dai vertici della struttura.

La terza voce per rilevanza è infine quella dell’orario di lavoro. La ricerca di una migliore flessibilità di orari di lavoro, utile per poter salvaguardare l’equilibrio tra la vita e l’ambito professionale, viene indicata dal 34% degli operai, ma meno nelle altre figure professionali.

Stupisce – ma solo in parte – il fatto che non figurino tra i principali elementi che influenzano la decisione di cambiare il lavoro l’ambiente fisico di lavoro, e i premi non monetari (come i viaggi, i buoni benzina, i gadget, e così via). Viene giudicata come poco rilevante anche la mission della propria azienda, o ancora la proposizione sociale dell’organizzazione per la quale si lavora.

I motivi che fanno rimanere sullo stesso lavoro

Analizzando l’altro piatto della bilancia, ovvero i motivi che inducono i lavoratori a esprimere fedeltà alla propria azienda, la retribuzione viene citata da meno del 30% del campione, anche se in tal senso evidenti sono le differenze a seconda del ruolo che viene ricoperto nell’organizzazione.

Da parte delle fasce più basse – operai e impiegati – viene posta in cima alla lista delle priorità la buona relazione sul luogo di lavoro (5 su 10), mentre quadri e dirigenti sembrano essere meno sensibili su questo aspetto, e richiamano invece come priorità la possibilità di essere soddisfatti sui propri orari (4 su 10).

Rinunciare a un mese di stipendio: per cosa?

Il report ha inoltre cercato di indagare sulle motivazioni che potrebbero indurre i dipendenti dell’azienda a rinunciare a un mese di stipendio. Ebbene, quasi 3 lavoratori su 10 (29,6%) affermano di accettare una riduzione di stipendio di una mensilità se in cambio venisse disegnato un percorso di formazione e di sviluppo professionale che possa consentir loro di aumentare lo stipendio di almeno 4 mensilità entro 3 anni.

Per quanto concerne le altre risposte più frequenti, l’8,8% del campione afferma di voler rinunciare a un mese di stipendio se in cambio ricevesse la possibilità di avere un premio variabile basato su obiettivi individuali, pari ad almeno due mensilità se raggiunti, mentre il 7,9% ritiene di poter rinunciare a un mese di stipendio se in cambio ricevesse un pacchetto di welfare o benefit personali per valore pari ad almeno due mensilità, o se fosse data la possibilità di avere maggiore flessibilità di orario, o la possibilità di lavorare da casa almeno 1 giorno alla settimana.




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