Pensioni: quel contratto che non si ricorda più nessuno, intervista ad una “baby-pensionata”

Un contratto tra lo Stato gli italiani troppe volte modificato in corsa, con la conseguenza che anche chi era già andato in pensione ha finito per rimetterci.

Da almeno il 2011 in poi, con la caduta dell’ultimo governo Berlusconi ed il subentrare di quello presieduto da Mario Monti, si è molto parlato di pensioni. La disciplina sull’erogazione delle pensioni a chi ha smesso di lavorare per anzianità di servizio è cambiata innumerevoli volte. Nel 2011 appunto, si è passati dal sistema retributivo a quello contributivo (la famosa Legge Fornero) per calcolarne l’importo una volta raggiunta l’età pensionabile. Dal 2018 in poi invece si è iniziato a parlare di “superamento della Fornero” per volere di Di Maio e Salvini, ministri del Governo Conte. Di quota 100, quota 41 e via dicendo.


pensione integrativa

image by Racorn

Nessuno o quasi però, ha tenuto e tiene presente un particolare, che tanto particolare non è: è infatti, o per meglio dire sarebbe stato un contratto, che inizialmente, molti anni fa, era stato per così dire siglato tra gli italiani e lo Stato e che riguardava proprio l’erogazione e l’importo delle pensioni nonché le loro rivalutazioni. Avete presente quando sentite dire la mitica frase “i diritti acquisiti non si toccano”. Ecco, una volta, anche l’importo pensionistico, (variabile ovviamente a seconda dello stipendio, del tipo di lavoro e degli anni di contributi) era un diritto acquisito, ovvero intoccabile rispetto ai continui “capricci” dei governi succedutisi negli anni. Purtroppo, dei propositi iniziali è rimasta solo la teoria, pura e semplice ed ora come ora è decisamente difficile capire quando, come e con quanti soldi si andrà in pensione. Non è tutto; se, giusto o sbagliato che sia, è ovvio che per chi è ancora in attività le leggi sulle pensioni possano anche cambiare (in meglio o in peggio), malauguratamente, tali modifiche, di solito peggiorative negli ultimi anni, hanno riguardato anche chi in pensione già ci era andato, magari da un bel po’ di anni, ritrovandosi, per così dire, se non proprio con il sedere per terra, in una situazione piuttosto simile.

Maria ha 75 anni ed è in pensione da quasi 25, non per sua scelta, visto che ai tempi la sua azienda spinse per un pesante rinnovamento del personale, verosimilmente a causa di una fusione. Niente da dire su questo, e niente da dire nemmeno sul modo in cui Maria venne accompagnata alla pensione. Da notare però che ciò avvenne in piena età lavorativa.

Ovvero, Maria avrebbe avuto ancora molto da dare, (pesando quindi negli anni, molto, ma molto meno sulle casse statali). Chiarito questo, ritorniamo per un attimo a quel contratto che nessuno ricorda, o considera più. Andarsene dal lavoro una volta raggiunta l’età pensionabile, ma in una fascia d’età nella quale si può essere ancora molto proficui oggi è roba per pochi, ma venti o trent’anni fa non era così inusuale. Chi inventò quel sistema però forse ai tempi non tenne abbastanza in considerazione un paio di variabili, l’una legata all’altra: l’aumento del costo della vita ed il conseguente adeguamento delle pensioni: quest’ultima, attualmente fatica non poco a stare dietro alla prima, giusto per non dire che non ci riesce minimamente. Maria, con i suoi 75 anni, nella fortuna di aver avuto in dotazione un importo pensionistico congruo, ha visto in quasi 25 anni ridursi notevolmente il suo potere d’acquisto, senza la benché minima possibilità di rimediare in qualche modo, non volendo uscire da ciò che dice la legge. E’ giusto tutto questo? Proviamo a chiederglielo.

BL: Maria, a che età hai iniziato a lavorare e che anno era?

M: Avevo 15 anni, era il 1959. Ho lavorato 35 anni esatti (ai tempi si poteva andare in pensione con 35 anni di contributi, sistema retributivo)

BL: Quando sei andata in pensione e perché?

M: A ottobre del 1994, ma mi ci hanno mandato. La ditta ha chiesto il prepensionamento. Una volta ottenuto, tutti quelli che avevano o stavano per avere i 35 anni di contributi sono stati mandati in pensione.

BL: Quanti anni avevi all’epoca? E secondo te avresti potuto lavorare ancora efficacemente?

M: Avevo 50 anni, e avrei potuto lavorare per almeno altri 5, raggiungendo i 40 anni di contributi ed ottenendo così una pensione più alta. Ma per il tipo di lavoro che facevo e la salute di cui godevo, e ancora godo, credo avrei potuto lavorare anche per molti più anni.

BL: Con quale importo sei andata in pensione?

M: Sicuramente minore di quello dello stipendio, è ovvio

BL: Uno degli ultimi stipendi può essere stato circa?

M: Penso sui 2 milioni e 500 mila lire, ma c’è anche da dire che l’Inps paga 13 mensilità, io ne avevo 14 e mezzo.

BL: Quindi una pensione più bassa con meno mensilità. Cosa è cambiato quando è arrivato l’euro?

M: C’è stata una forte svalutazione del potere d’acquisto. Anche se l’euro valeva il doppio della lira, il potere d’acquisto non è rimasto uguale

BL: Quindi questa cosa del cambio della moneta si è sentita molto, nonostante una pensione più che dignitosa, ci si è accorti che la vita non sarebbe più stata quella di prima?

M: Sì, esatto

BL: Esempi di cose che non si potevano più fare?

M: Si è iniziato a risparmiare su tutto, la cosa più classica era il pieno di benzina, al quale si stava molto più attenti rispetto a prima. Andare in giro veniva a costare molto di più, nonostante l’auto sia un mezzo indispensabile.

BL: Parliamo un attimo dell’adeguamento delle pensioni, come lo vedi?

M: Man mano che passano gli anni valgono sempre meno. Io me la sono pagata la pensione, ma ora non sono sicura che quando sarò davvero vecchia riuscirò a mantenermi da sola. Non c’è la rivalutazione massima, tranne che per le pensioni minime, ma se non si è ricchi, il mancato adeguamento si fa sentire eccome anche sugli importi medi. Perché gli adeguamenti, che è pur vero che ci sono, non seguono l’inflazione.

BL: Insomma, tutto costa di più e i soldi da spendere sono sempre di meno… Non ve l’aspettavate questo, vero?

M: No, per niente. Una volta le pensioni venivano sempre adeguate al costo della vita, ci era stato detto che sarebbe sempre successo così, poi negli anni sono cambiate le carte in tavola, purtroppo.

BL: Possiamo dire che quando le persone della tua età hanno iniziato a lavorare erano certe del fatto che, sì, certo, la pensione sarebbe comunque stata un po’ più bassa dello stipendio, ma più o meno avrebbe permesso di mantenere lo stesso tenore di vita per sempre?

M: Possiamo dirlo, ma è una cosa che non si è più realizzata. Io non ho lo stesso potere d’acquisto di quando sono andata in pensione, ho perso secondo me almeno il 15%. Attenzione, non dallo stipendio, ma dalla pensione. Ovvero, il mio assegno pensionistico oggi vale il 15% in meno del primo che ho preso. Nonostante la cifra assoluta sia anche aumentata (di poco). Aggiungo che mio marito è morto due anni fa. Noi abbiamo sempre saputo che la reversibilità sarebbe stata del 60% sul totale della pensione del coniuge deceduto. Ora per effetto di una nuova legge, questo importo è più basso. Attenzione, non mi sto assolutamente lamentando e c’è chi sta molto peggio di me, ma credo comunque sia un problema di giustizia sociale. Se sono prestazioni pagate, secondo me, andrebbero erogate a chi le ha pagate.




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