Pensioni: per Inps, a rischiare di più sono i trentenni e le madri

Non si preannunciano tempi facili per i nati negli anni '80. Secondo le previsioni del numero uno dell'Inps, Tito Boeri, molti di loro rischiano di incassare la prima pensione a 75 anni

Dici pensione e pensi ai viaggi che hai dovuto rimandare troppe volte e che progetti di concederti quando non sarai più costretto a timbrare il cartellino. O al tempo libero che potrai regalarti quando non avrai più l’assillo di arrivare in orario in azienda, dopo aver accompagnato i bambini a scuola. Il pensionamento è una meta a cui tutti anelano, anche i lavoratori più instancabili che, ad un certo punto del loro percorso, sentono la necessità di staccare la spina. Una tappa importante, che dovrebbe essere raggiunta in un’età adeguata e con i giusti mezzi. Ma per qualcuno le cose si prospettano particolarmente difficili, come paventato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri.


Cosa ha detto il numero uno dell’Istituto nazionale della previdenza sociale? Che i nati negli anni ’80 (praticamente coloro che oggi hanno dai 36 ai 30 anni circa) rischiano di dover lavorare molto a lungo. E di portare a casa pensioni non proprio soddisfacenti. “Una quota non piccola di loro – ha dichiarato Boeri – dovrà andare in pensione a 75 anni, con prestazioni più basse del 25% rispetto a quelle della generazione del 1945″. Come dire che i trentenni di oggi, nati sotto una cattiva stella (per alcuni, sono i rappresentanti della cosiddetta “generazione perduta”), non potranno riscattarsi nemmeno quando avranno i capelli bianchi e i volti segnati dalle rughe. Per colpa delle interruzioni di carriera (che fanno spesso perdere preziosi anni di contribuzione) e della bassa crescita economica del Paese. “Se l’economia italiana non crescerà più dell’1% all’anno e se non si assisterà ad un processo di maggiore stabilizzazione del lavoro – ha messo in chiaro Boeri – per questi giovani, ci saranno seri problemi di adeguatezza”.

Ma di che cifre stiamo parlando? L’Inps ha messo a punto un servizio – “La mia pensione” – che consente di calcolare (con una certa approssimazione) quanto riusciremo a percepire quando smetteremo di lavorare. Secondo i calcoli fatti dall’istituto, che ha già iniziato a recapitare le famigerate “buste arancioni” a casa degli italiani, un dipendente che oggi ha 30 anni e percepisce uno stipendio di mille euro netti al mese, potrà andare in pensione nel 2056 (quando di anni ne avrà 70) incassando un assegno di 1.400 euro netti, pari al 75% della sua retribuzione finale. Chi, invece, ha oggi 40 anni e porta a casa uno stipendio mensile di 2.000 euro netti potrà fare affidamento su una pensione di 2.374 euro (sempre netti) corrispondente al 73% della sua ultima retribuzione. Mentre le cifre si profilano più basse per i lavoratori autonomi che, secondo i calcoli dell’Inps, beneficeranno di pensioni da 1.871 euro netti al mese. Le cose non si preannunciano, insomma, facili. Soprattutto se si pensa che la strada che condurrà questi lavoratori all’agognato pensionamento potrebbe essere lastricata di ostacoli ed imprevisti di ogni tipo.

E una menzione a parte meritano le donne. Secondo gli analisti, il gap di genere persisterà anche quando incasseranno le pensioni, rendendole meno abbienti dei loro colleghi uomini. Soprattutto se sceglieranno di mettere al mondo dei bambini: “Abbiamo calcolato – ha dichiarato il direttore del Dipartimento per il Lavoro dell’Ocse, Stefano Scarpetta – che le donne tra i 30 e i 40 anni che si assenteranno, per cinque anni, dal lavoro, per occuparsi dei figli, rischiano di perdere il 10% delle loro pensioni”. In pratica, curare la sfera privata costerà loro molto caro.



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