Pensioni: importo dovuto anche se l’ente previdenziale sbaglia i calcoli

La Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 1659, ha sancito che la cassa di previdenza privata che comunica all’iscritto di aver raggiunto i requisiti della pensione, deve comunque pagarla anche se ha sbagliato il calcolo e il diritto non è, in realtà, effettivamente maturato. La conclusione della Suprema Corte è semplice: considerando il tema trattato, le casse di previdenza private, quando si rapportano nei confronti dei loro iscritti, hanno il dovere di essere diligenti nelle proprie comunicazioni mentre, di contro, la stessa accortezza non è richiesta al professionista.


Anche in questo caso, la presunzione sembra essere ben facilmente comprensibile: contrariamente al professionista, infatti, gli organismi di tali enti previdenziali, in virtù del patrimonio che gestiscono e delle attività svolte, hanno delle conoscenze giuridiche (e non solo) piuttosto elevate. Quindi, è lecito presumere che il professionista può fare affidamento sulle aspettative suscitate nell’iscritto dalla comunicazione diramata dall’ente di previdenza.

Elemento ancora più interessante, nella pronuncia in oggetto, è il fatto che l’errore della cassa di previdenza è stato suscitato proprio da un comportamento del professionista, che aveva indicato una data sbagliata nella decorrenza della sua iscrizione alla Cassa. La Cassazione ha infatti stabilito che l’ente previdenziale ha comunque il tempo di accorgersi dell’errore (nella fattispecie, 20 anni!), e pertanto tale svista non può essere un elemento in grado di inficiare il diritto al pagamento della pensione da parte del professionista, sulla base della comunicazione diramata.

La Suprema Corte ha in merito ricordato come la Cassa si sia accorta dell’errore solamente in fase di istruttoria relativa alla pensione di reversibilità. Un evento che, nella fattispecie in esame, è accaduto sicuramente troppo tardi quando – si legge nella pronuncia – “l’assicurato era già deceduto e non era più in condizione di porci rimedio”. La Cassa aveva infatti comunicato alla vedova che il marito non aveva maturato i 20 anni di iscrizione perchè mancavano 16 giorni e, di conseguenza, la donna non aveva diritto alla pensione.

Il comportamento dell’ente è tuttavia produttivo di danni, visto e considerato che con tale atteggiamento la Cassa ha “ingenerato (…) un incolpevole affidamento in merito alla regolarità della situazione contributiva”. Il controllo della situazione contributiva è pertanto esclusivo compito istituzionale dell’ente previdenziale, perchè è diritto a prevenire (anche) comportamenti scorretti e dolosi che possono incidere sul suo equilibrio finanziario.




CATEGORIES
Share This

COMMENTS