Pensione integrativa: sì ma con quali soldi?

Valutare se sia il caso di farsi o meno una pensione integrativa è cosa più difficile di un tempo. L'istituto è certamente ottimo, ma le sicurezze della vita sono cambiate rispetto ad un tempo, in peggio.

La busta arancione INPS ha già fatto capire a un bel po’ di italiani che la loro pensione pubblica nemmeno potrà mai avvicinarsi, come entità, allo stipendio percepito negli ultimi anni di lavoro. Per questa ragione si è giustamente affacciata sul dibattito pubblico la questione della pensione integrativa. Versare una cifra più o meno grande ad un ente diverso dall’Inps, decurtandola dal proprio stipendio per poi ritrovarsi una rendita che permetta di mantenere lo stesso tenore di vita una volta andati in pensione.


Tutto molto bello ma, in quanti, allo stato attuale dell’economia e del mercato del lavoro, possono davvero permettersi di affrontare la spesa per una pensione integrativa?

pensione integrativa

image by Racorn

Per costruirsi una pensione integrativa che assolva decentemente alla funzione per la quale è stata pensata, bisogna iniziare a contribuire presto (oppure poter versare un bel po’ di soldi ogni mese) e per giunta poter continuare (per) sempre, senza interruzioni di contribuzione, evento questo che andrebbe ad inficiare pesantemente la rendita futura, riducendo di conseguenza l’efficacia (arrivando quasi all’annullamento totale della stessa, a seconda degli anni di interruzione) della pensione integrativa. Insomma il rischio è, per fare esempio concreto di un caso che potrebbe accadere, quello di versare per dieci anni 500 euro al mese (cifra ipotetica) per poter avere una rendita più o meno sostanziosa una volta smesso di lavorare, ma di dover interrompere, ovviamente contro la propria volontà, per 2-3-5 anni, a causa di un episodio di disoccupazione più o meno lungo,  vanificando o quasi quei 10 anni di contribuzione e quindi di privazione di “soldi cash”, immediatamente disponibili.

pensione integrativa

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Già, perché bisogna considerare che, visto che adesso anche il posto di lavoro più sicuro è un po’ meno sicuro di qualche anno fa(fatti salvi quelli dei dipendenti pubblici che, ad oggi, salvo comportamenti illeciti, non possono essere licenziati), la scelta di destinare una quota mensile più o meno grande alla costruzione di una pensione integrativa, va ponderata ancor meglio.

Non è più infatti solo questione di imporsi qualche rinuncia per poi poter vivere più tranquillamente quando il periodo lavorativo si sarà concluso, vi è ormai la necessità o quasi di tenersi una “scorta” di liquidi che sia la più sostanziosa possibile, visto che, una volta perso il lavoro, ritrovarlo potrebbe richiedere diversi anni (ammesso che ci si riesca, ma meglio essere sempre ottimisti), durante i quali bisognerà pur sopravvivere. In parole povere, prima di farsi una pensione integrativa è necessario chiedersi: “sì, ma con quali soldi?”

Con questo non si vuol sostenere l’impraticabilità o peggio l’inutilità del perseguire un istituto di questo tipo. Per chi può permetterselo e/o per chi è bravo a gestire il proprio denaro è sicuramente un’ottima cosa fabbricarsi una sicurezza in più per gli anni in cui un lavoro non lo si avrà più per raggiunti limiti di contribuzione ed età, ma la questione di fondo è che una simile scelta, che è assolutamente ragionevole chiamare “di vita”, va valutata molto a fondo, possibilmente con l’aiuto di qualche esperto del settore, tenendo sempre presente che il futuro non riesce ancora a prevederlo nessuno.




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