Pensiero critico: come può essere impiegato al lavoro?

Un buon pensatore è colui che lascia a casa i pregiudizi e sonda tutte le posizioni possibili. Per giungere a una sintesi utile a prendere decisioni importanti

ll World Economics Forum che si è riunito nello scorso mese di gennaio ha guardato al futuro vaticinando le 10 competenze che i selezionatori del 2020 cercheranno con più frequenza, passando in rassegna i curricula dei candidati. La top ten stilata dai ricercatori di Ginevra ha incoronato al primo posto il “complex problem solving” (ovvero la capacità di risolvere problemi complessi), seguito dal “critical thinking” (pensiero critico) e dalla creatività. Ma cosa s’intende esattamente per pensiero critico? E come può essere impiegato in ambito lavorativo? Cerchiamo di capirlo insieme.


Partiamo dalla definizione che, consultando la sdoganatissima Wikipedia, recita: “Il pensiero critico è un tipo di pensiero caratterizzato dai processi mentali di discernimento, analisi, e valutazione. Comprende processi di riflessione su aree tangibili ed intangilbili con l’intento di formare un giudizio solido che riconcilia l’evidenza empirica con il senso comune”. Parole che possono fornire un orientamento di massima, ma che necessitano – a nostro avviso – di qualche integrazione. Secondo il pedagogo americano Robert H. Ennis, che ha dedicato tanti anni della sua vita all’approfondimento della questione, il pensiero critico è “un pensiero razionale e riflessivo focalizzato a decidere cosa pensare o fare”.

Si tratta, in parole povere, dell’attitudine a non  fermarsi alla superficie delle cose (o alla loro rappresentazione più semplicistica). Facendo leva su un orientamento che, valutando i vari punti di vista, dovrebbe portare a discernere ciò che può essere considerato “apprezzabile” (o credibile) da ciò che non lo è. Un buon pensatore critico dovrebbe, insomma, andare oltre i pregiudizi e tenere a bada le intuizioni. E, per dirla con lo stesso Ennis, puntare su tre strategie fondamentali che riguardano la capacità di riflettere (e di non affidarsi a giudizi impulsivi), di motivare (ossia di farsi e fare continue domande) e di cercare alternative (sondando i  diversi punti di vista che dovrebbero portare alla sintesi più equilibrata). Non solo: un “professionista” del “critical thinking”, secondo lo studioso americano, deve essere in grado di reperire il maggior numero di informazioni, di analizzarle e valutarle con scrupolo per poi riferire, in modo chiaro, la sua conclusione.

Come spiegato dal premio Nobel Daniel Kahneman nel suo ultimo libro “Pensieri lenti e pensieri veloci” (pubblicato nel 2011), esiste una forte differenza tra il pensiero intuitivo che si affida alla percezione e quello critico che ricorre al ragionamento. Il primo è veloce, automatico e non richiede sforzi, mentre il secondo è lento, controllato e faticoso. Cosa vuol dire? Che i pensatori critici “lavorano” più degli altri, costretti come sono a non trascurare alcuna posizione, neanche quella più distante dal loro pensiero intuitivo. E arriviamo al cuore della questione: qual è il lavoro più adatto a un pensatore critico? Non esiste, ovviamente, un’unica specifica professione. Ma in linea di massima, è possibile affermare (senza timore di essere platealmente sbugiardati) che chi è dotato di “critical thinking”è destinato ad essere interpellato quando si tratta di prendere importanti decisioni in azienda.

L’approfondita analisi dei vari punti di vista – a cui deve necessariamente seguire la capacità di trarne una sintesi equilibrata – dovrebbe, infatti, mettere il professionista del pensiero critico nella condizione di indicare la rotta da seguire. Il suo contributo risulta, insomma, preziosissimo durante la fase del “decision making” e può tradursi nell’indicazione di future strategie di marketing o di scelte etiche particolarmente delicate. Per quanto è importante precisare che chi è dotato di pensiero critico non ambisce a trovare una soluzione nel minor tempo possibile (cosa che viene, invece, solitamente richiesta a chi si vanta di avere spiccate capacità di “problem solving”). La sua mission è piuttosto quella di consegnare, a chi lo ha consultato, la soluzione più affidabile e sicura, senza lasciarsi condizionare dal tempo che scorre inesorabile. E che segna scadenze a cui molti altri professionisti non possono sottrarsi.



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