Paga ridicola e orari interminabili: lo strano annuncio di lavoro fa riflettere sul salario minimo

Quali sono i minimi retributivi definiti dai contratti collettivi nazionali? Conoscerli è importante perché il rischio di essere sottopagati esiste eccome

Immaginate di leggere un annuncio di lavoro in cui vi viene proposto di svolgere una mansione pesante per una paga da fame. Cosa fareste? Con ogni probabilità, passereste oltre, alla ricerca di un’offerta un po’ più invitante. Non è andata così in Svizzera dove ad un annuncio indiscutibilmente esplicito (in cui si mettevano in fila tutti gli aspetti meno gradevoli ed allettanti del lavoro proposto), hanno risposto tanti aspiranti venditori di pane. Incuranti degli avvertimenti dell’inserzionista. Com’è finita? Che uno stagista è già stato reclutato, con buona pace di tutti gli altri candidati vagamente masochisti. Lo strano caso svizzero ci fornisce il pretesto per parlare di salario minimo (che – sia detto per inciso – in Italia non esiste) e per riflettere sull’importanza di conoscere il minimo retributivo che ci spetta per contratto.


Partiamo col dire che l’annuncio a cui ci riferiamo riguarda una nota catena di pane, la Bagelstein, che opera in Francia, in Belgio ed in Svizzera. Ed è proprio nel Paese famoso per il cioccolato e gli orologi – e più precisamente, nella cittadina di Nyon (nel Canton di Vaud) – che il gestore di una panetteria locale ha (ben)pensato di mettere in chiaro le cose, offrendo un lavoro con: orari interminabili, paga ridicola, pesanti carichi da trasportare e nessuna possibilità di avanzamento di carriera. “Si lavora per un c…..”, ha rincarato il datore di lavoro, che ha commentato: “Abbiamo concepito l’inserzione come se fosse uno scherzo un tantino cinico”. Tanto quanto basta a far supporre che nessuno rispondesse all’annuncio. E invece, con grande sorpresa di tutti, i candidati sono stati parecchi e un tirocinante ha già “messo le mani in pasta”, nonostante le condizioni dichiaratamente svantaggiose. Com’è possibile? C’è da credere che il tono ironico dell’annuncio abbia suscitato la curiosità di molti aspiranti commessi di panetteria (l’inserzione era specificamente rivolta a venditori/ venditrici; studenti/studentesse) che avranno voluto mettersi alla prova per verificare la veridicità di quanto umoristicamente paventato.

Salario minimo: la situazione in Svizzera

Morale della favola? Anche in un Paese ricco come la Svizzera, molti giovani (e non solo) sembrerebbero disposti a lavorare a condizioni non proprio invidiabili. E a cimentarsi in mansioni scarsamente gratificanti, pur di mettere in tasca qualcosa. Già, ma di che cifre stiamo parlando? Difficile a dirsi. Così come in Italia, anche in Svizzera, l’istituto del salario minimo (ovvero della remunerazione più bassa che un datore di lavoro può corrispondere ad un dipendente) non esiste. Per essere più precisi: nel Cantone del Neuchatel, la misura è già stata approvata, ma non è ancora entrata in vigore. Cosa prevede? Una paga oraria minima che si aggira intorno ai 17,5 euro e che, a conti fatti, garantirebbe dunque un’entrata mensile di poco superiore ai 3 mila euro. Uno stipendio da capogiro, ma la faccenda va inquadrata nella giusta ottica, rapportando l’importo al tenore di vita che, nella federazione elvetica, è notoriamente alto. E come funziona nel resto d’Europa? Dei 28 Stati aderenti, ben 22 hanno il salario minimo, mentre i restanti 6 demandano l’individuazione della paga base alla contrattazione tra le parti sociali. Tra essi, c’è anche l’Italia, in compagnia della Svezia, della Finlandia, della Danimarca, dell’Austria e di Cipro.

La situazione in Europa

Il salario minimo è una realtà, invece, nei restanti Paesi comunitari: si va dai 155,71 euro mensili garantiti ai lavoratori dell’Albania ai 1.922 euro percepiti, invece, da quelli del Lussemburgo. In mezzo ci stanno Stati come la Bulgaria, la Romania, la Serbia e il Montenegro dove non si arriva ai 300 euro mensili e altri come la Francia (1.466 euro), la Germania (1.473 euro), il Belgio (1.501 euro), i Paesi Bassi (1.507 euro), il Regno Unito (1.529) e l’Irlanda (1.546 euro) che contemplano paghe minime più che decorose. La maggior parte dei Paesi dell’Ue si muove nel range che va dai 300 ai 500 euro mensili minimi (parliamo di Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria), mentre il salario minimo in Turchia si aggira intorno ai 517 euro, in Portogallo ammonta a 618 euro, in Grecia supera di poco i 680 euro, in Spagna sale fino ai 764 euro ed a Malta raggiunge i 728 euro.

La situazione in Italia

Ma torniamo all’Italia. L’articolo 36 della Costituzione afferma che: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma chi stabilisce l’importo minimo che è giusto corrispondere ad un lavoratore? Il contratto collettivo nazionale che deriva dalla trattativa tra le cosiddette parti sociali (associazioni di rappresentanza delle imprese e sindacati). La situazione non è del tutto definita, visto che ogni singolo datore di lavoro può scegliere di non applicare il contratto collettivo nazionale all’interno della sua azienda; ma laddove vengono osservati, i suddetti contratti stabiliscono dei minimi retributivi (o minimi sindacali) a tutela del lavoratore. Stando agli ultimi aggiornamenti:

  • 6,60 euro è la paga oraria minima per il comparto dell’abbigliamento;
  • 7,13 euro quella per l’agricoltura;
  • 7,17 euro quella per il settore alberghiero;
  • 7,32 euro quella per l’industria metalmeccanica;
  • 7,59 euro quella per l’edilizia;
  • 8,21 euro quella per il comparto alimentare;
  • 11,11 euro quella per il settore del credito.

A chi volesse approfondire l’argomento, suggeriamo di collegarsi al sito del Cnel e di consultare l’Archivio Nazionale dei contratti collettivi per capire se la propria retribuzione è conforme a quanto stabilito dagli accordi. Chi dovesse verificare di non percepire una cifra congrua (ovvero di essere sottopagato), può rivolgersi ad un sindacato e presentare ricorso. Se il giudice dovesse dargli ragione, il datore di lavoro verrà condannato a versargli tutti gli arretrati.




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