Offende l’ex datore di lavoro su Facebook: condannata dal tribunale

Meglio pensarci bene prima di insultare qualcuno in un social network. Questo deve avere imparato una livornese di 26 anni condannata dal tribunale di Livorno a risarcire 4000 euro al suo ex datore di lavoro perché rea di averlo pesantemente apostrofato dalle pagine di Facebook. L'accusa? Diffamazione a mezzo stampa.
I fatti. Raffaela Malanima, questo il nome dell'infelice protagonista, era stata appena licenziata dal centro estetico presso il quale prestava servizio e, evidentemente amareggiata dall'accaduto, aveva acceso il computer per sfogare la propria rabbia con la cerchia di conoscenti, alla maniera di oggi, tramite Facebook.
Il risentimento si è dapprima appuntato sul centro estetico a suo dire connotato da una scarsa igiene. Il problema è che il commento è stato letto e a sua volta commentato da un "amico", di quegli amici alla Facebook che magari non hai mai neanche visto dal vivo, il quale si stupiva del fatto che simili considerazioni venissero espresse nei confronti del proprio luogo di lavoro.
"Per fortuna non ci lavoro più – la risposta della ragazza – da quell'albanese di m…".



Uno sfogo che ci può stare si dirà, in un momento di stress e di frustrazione possono venire fuori reazioni sopra le righe, facile scivolare nel razzismo se l'ex datore di lavoro non è un proprio connazionale.
Il problema che uno sfogo tra amici al bar è cosa diversa da un commento su Facebook: una scritta sullo schermo vicino al tuo nome che viene letta da centinaia, forse migliaia di persone, ha una eco enormemente superiore, sicuramente aldilà delle intenzioni di chi ha compiuto l'offesa.
E infatti la frase incriminata giunge allo sguardo dell'ex datore di lavoro il quale non si scompone e si affida alle carte bollate trascinando in tribunale la ragazza con l'accusa di diffamazione.
Per il giudice la colpevole non può difendersi sostenendo di non sapere che quei giudizi potevano uscire dalla cerchia di amici fino a configurare il reato. Infatti l'utente di Facebook ben sa che i propri commenti sono suscettibili di essere taggati e diffusi.
Adesso il caso della 26 enne livornese rischia di fare scuola e diventare un precedente che potrebbe indurre altri ad adire il giudice per difendersi dalle offese ricevute sul web: dopo tutto sono molti quelli che usano i social network per sfogare le proprie frustrazioni su conoscenti e personaggi pubblici e viene in mente il caso di un ragazzo convocato in questura per avere espresso considerazioni lesive nei confronti del Presidente della Repubblica.
Per il Tribunale di Livorno è stato violato l'articolo 595 del codice civile: il fatto che un'opinione espressa su Facebook possa avere una diffusione estesa, non controllabile dall'utente, rende Facebook sotto questo profilo del tutto simile ad un quotidiano, ad una trasmissione televisiva e ad un qualsiasi media tradizionale. Perciò esprimere un'offesa tramite quel canale equivale a dare al proprio giudizio negativo una pubblicità tale da configurare la fattispecie della diffamazione a mezzo stampa.
Insomma nell'uso di Facebook come di qualsiasi altro social network, occorre pesare bene le proprie opinioni prima di liberarle, come se si stesse scrivendo un articolo, perché il conto pagato per la soddisfazione di un offesa rischia di essere davvero troppo salato.




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