Molestie sessuali e Mobbing nei luoghi di lavoro, cosa sono e come affrontare la situazione

La violenza sul posto di lavoro è un problema che molte persone nella società moderna e anche in passato si sono trovate ad dover subire e ad affrontare.

Molto spesso risulta complesso riconoscere e prevenire in tempo certi fenomeni, proprio perché non trattandosi soltanto di violenze di tipo fisico, ma il più delle volte di violenze di tipo psicologico. Nella maggior parte dei casi tali abusi possono manifestarsi in due forme: con molestie sessuali o mobbing. Per molestia sessuale si intende ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale,espresso in forma verbale, non verbale o fisica, avente lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona, particolare attraverso la creazione di un clima intimidatorio, degradante, umiliante o offensivo.


mbsQuali sono messaggi che ognuno di noi può riconoscere e attribuire a comportamenti che possono essere considerati come “molestie sessuali”?

Questi comportamenti includono:

– apprezzamenti verbali offensivi sul corpo e sulla sessualità;
– richieste implicite o esplicite di rapporti sessuali non graditi;
– sguardi insistenti;
– ammiccamenti;
– messaggi scritti o gli oggetti provocatori ed allusivi;
– contatti fisici intenzionali indesiderati;
– promesse esplicite o implicite di carriera o di agevolazioni e privilegi sul posto di lavoro in cambio di prestazioni sessuali;
– intimidazioni, minacce e ricatti subiti per aver respinto comportamenti finalizzati al rapporto sessuale.

L’altra forma che può connotarsi come violenza psicologica sui luoghi di lavoro è rappresentata dal mobbing.
Per mobbing si intende ogni forma di violenza morale o psichica che può essere attuata sul luogo di lavoro da parte del datore di lavoro sul dipendente detto anche mobbing verticale; oppure quello esercitato dagli stessi dipendenti sovraordinati o sottordinati nei confronti di un lavoratore detto mobbing orizzontale.

Esso è caratterizzato da una serie di atti, atteggiamenti o comportamenti diversi ripetuti nel tempo (almeno sei mesi); in modo sistematico ed abituale; aventi connotazioni aggressive, denigratorie e vessatorie tali da comportare un degrado delle condizioni di lavoro ed idonei a compromettere la salute o la professionalità o la dignità della lavoratrice stessa nell’ambito dell’ufficio di appartenenza o, addirittura, tali da escluderlo dal contesto lavorativo di riferimento.

Tra i comportamenti persecutori che possono costituire indice di comportamento mobbizzante possiamo indicare:

– calunniare o diffamare una persona, oppure la sua famiglia o escluderlo sistematicamente dai discorsi
comuni;
– negare deliberatamente informazioni relative al lavoro, oppure fornire informazioni non corrette, incomplete/o
insufficienti;
– sabotare o impedire deliberatamente l’esecuzione del lavoro;
– isolare in modo esplicito il lavoratore oppure boicottarlo;
– esercitare minacce, intimorire o avvilire la persona;
– controllare lavoratore senza che lo sappia e con l’intento di danneggiarlo o, al contrario, trattarlo con
assoluta indifferenza;
– sottrargli le responsabilità o, viceversa, attribuirgli compiti che vanno al di là delle capacità personali.

Le vittime del “mobbing” tendono ad avere delle serie ripercussioni sulla salute che possono tradursi in: depressione, ansia, attacchi di panico, ipertensione arteriosa, difficoltà di concentrazione, dermatosi, tachicardia, tremori, oppressione immotivata, mal di schiena, mal di testa , sensazioni di sbandamento e di difficoltà di deambulazione, debolezza, disturbi gastro-intestinali,abbassamento delle difese immunitarie.

Le cause del fenomeno possono essere diverse. In alcuni casi si determina a seguito di una fusione di una società che determina o esuberi di personale o convenienza ad assumere personale giovane il quale costa costa meno , piuttosto che riqualificare i dipendenti presenti che spesso invece sono costrette ad andarsene.

In altre situazioni la vittima può esser l’ultima arrivata, colpevole di aver rotto una precedente dinamica. Altre volte può trattarsi di un lavoratore che non accetta regole clientelari; in altre ancora può trattarsi di una persona disabile .

Esiste in oltre un mobbing di genere, le cui vittime sono spesso donne che annunciano la loro maternità in azienda. Il datore di lavoro in questi casi può non considerare più la dipendente così efficiente per gli scopi prefissati dall’azienda creandole intorno un clima insoddisfacente e poco favorevole tanto da indurla ad abbandonare il lavoro. Si denota da una serie di ricerche condotte in Italia,come il fenomeno dell’abbandono dal posto di lavoro delle donne a seguito di una maternità sia estremamente diffuso. Risulta importante poter individuare i principali indicatori di rischio nel quotidiano riconducibili a tali fenomeni e sviluppare una cultura che porti i soggetti sui posti di lavoro a collaborare tra loro al fine combattere tali abusi.

La giurisprudenza è oscillante nell’individuare le diverse ipotesi di reato che possano ricondursi al mobbing, di recente configura tale reato nell’art.572 del codice penale (maltrattamenti commessi da soggetto investito da autorità), la cui integrazione richiede il parametri del durata nel tempo delle azioni ostili al fine di valutarne il complessivo carattere persecutorio. Infine risulta importante riportare un iniziativa da parte dello Stato a tutela delle donne vittime di violenze nei luoghi di lavoro ,le quali avranno la possibilità di potersi rivolgere alla Consigliera di parità (figura istituzionale nominata con decreto del Ministero del Lavoro) con sede presso la Provincia d’appartenenza , la quale potrà attivare gratuitamente procedure ed azioni in giudizio, per sostenere le donne vittime di molestie sessuali,discriminazioni e mobbing di genere.




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