Lo stress da lavoro diventa illegale

Dall’1 gennaio 2011, tutti i datori di lavoro pubblici o privati, dovranno ottemperare alle disposizioni di legge emanate nel 2008, che in realtà dovevano già partire dal primo agosto scorso, ma una circolare ministeriale aveva dato proroga per il 31 dicembre 2010, indicando l’obbligo di avviare la procedura di valutazione del rischio stress: il datore di lavoro doveva monitorare i propri dipendenti scegliendo un campione da intervistare per valutare le situazioni di rischio.


Gli orari, i turni, la carriera, la precarietà e anche gli attriti tra colleghi, rientrano tra i principali  fattori di rischio che  a partire dal 31 dicembre dovranno essere controllati in ogni luogo di lavoro, tanto da essere eliminati o attenuati.
Se il datore di lavoro non terrà conto di tutto ciò che è necessario e possibile, per garantire la salute del proprio dipendente sul posto di lavoro, commetterà un reato.
Lo prevede una circolare firmata dal Ministero del Lavoro in attuazione del “Testo unico sulla salute e la sicurezza nel lavoro”.
Questa normativa sostiene che se un lavoratore si ammala a causa di uno stress generato sul posto di lavoro, può incorrere nell’accusa di lesioni colpose o maltrattamenti a seconda del caso.
Gli aspetti più rilevanti riportati nella circolare includono le seguenti fasi: innanzitutto, è definito che cosa è lo “stress lavoro-correlato”; in seguito è preposta una valutazione in due fasi, la prima, obbligatoria, serve a rilevare “indicatori oggettivi e verificabili” di vario tipo, dall’indice d’infortuni alle “specifiche e frequenti lamentele formalizzate da parte dei lavoratori”, dai turni ai “conflitti interpersonali al lavoro”, dalla corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e ciò che è richiesto loro, all’evoluzione e sviluppo di carriera.
Nel caso non emergessero elementi di rischio, il datore di lavoro dovrà solo segnalarlo nel documento di valutazione del rischio e prevedere un piano di monitoraggio: al contrario, se sono fattori di stress, si passa alla seconda fase, cioè all’adozione di opportuni interventi correttivi. Se la situazione non dovesse migliorare, si passa a una valutazione approfondita attraverso l’uso di questionari, di focus group e d’interviste semi-strutturate.



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